Predator 1987-2018: viaggio nella (ex) trilogia cinematografica

Predator 1987-2018

In attesa di vedere sul grande schermo The Predator, quarto film dedicato interamente alla creatura aliena, ripercorriamo i primi tre capitoli della saga horror-sci fi cinematografica, iniziata oltre trent’anni fa.

Predator Trilogy, ancora per poco.

Nel 1987 faceva la sua prima “apparizione”, anche se per lo più in una ipertecnologica tuta che lo rende invisibile per quasi tutta la durata del film, un alieno cacciatore di uomini.

Usciva infattì Predator, primo film ad ampio budget diretto con mano ferma da John McTiernam, che dimostra grande capacità di mantenere uno stile compatto ed efficace, nonostante la sfida impervia che era in quegli anni conciliare le immagini in presa diretta con l’effettistica. Il buon John scende a compromessi fin dal primo frame del film, (quel logo della FOX deformato perché pensato per una pellicola con un formato widescreen) e dirige in maniera tale da agevolare il reparto dell’effettistica in aspect ratio 1.85:1, proponendoci comunque una  storia semplice (lo stesso regista la paragonò al King Kong originale) ma ricca di suspance, dal ritmo concitato e dalla struttura narrativa che, se sulla carta sapeva di stereotipo, assume nel film la nobiltà dell’archetipo.

Predator 1987-2018

Il commando, inviato in mezzo alla giungla sud americana (in realtà tutti gli esterni sono in Messico) per una missione di soccorso, si rivela infatti un gruppo multietnico e composito ben collaudato. Oltre all’ormai star acclamata Arnold Schwarzenegger, nelle vesti del Maggiore Dutch, troviamo Carl “Apollo Creed” Weathers, Bill Duke, l’ispanico (sia nella realtà che nella finzione) Richard Chavez, il nativo americano Sonny Landham, lo stesso Shane Black che 11 anni dopo dirigerà il quarto capitolo della saga e, per concludere, Jesse “the body” Ventura, ex Wrestler e, proprio come Schwarzenegger, futuro governatore di uno stato americano. In pochi film il gruppo centrale appare così affiatato e credibile. Dopo una ben coreografata scena di azione iniziale, nella quale la squadra di Dutch affronta i guerriglieri sudamericani, ben presto tutti i suoi uomini diventano le prede del sanguinario alieno che, uno dopo l’altro, come nella migliore tradizione del genere fantahorror, comincerà a raccogliere i suoi trofei.

Accompagnato da una ottima colonna sonora, firmata da Alan Silvestri, il film propone un confronto già visto, ma lo fa in modo intelligente. Facile ritrovare riferimenti alla guerriglia nella giungla del Vietnam, così come il confronto fra una minaccia ipertecnologica che può essere affrontata (come fa l’indiano d’America Billy, onorando le sue origini, a mani nude, come fosse un rituale della sua cultura) lasciando da parte le armi convenzionali e abbracciando un ritorno anche epidermico (Schwarzenegger si coprirà di fango tutto il corpo per sfuggire ai sensori di calore dell’antagonista) alla natura primordiale e costruendo artigianalmente delle trappole mortali con alberi, rami e liane. 

Tre anni dopo arriva il sequel, Predator 2. Della troupe del primo rimangono solo i due sceneggiatori, Jim e John Thomas, il compositore Silvestri e il genio dell’effettistica Stan Winston. Alla regia troviamo di nuovo un quasi esordiente e non avvezzo al grosso budget, Stephen Hopkins (che raggiungerà il suo successo maggiore anni dopo con la serie 24), ma questa volta la mano del regista è molto più incerta e lo spostamento del confronto uomo-alieno dalla giungla ad una Los Angeles futuristica, dove imperversano i narcotrafficanti e la loro violenta guerriglia urbana, non regala un tocco di originalità sufficiente a rendere la pellicola degna del primo capitolo. La storia non regge  la tensione, si perde in momenti poco dinamici e a tratti lenti. Il carisma di Danny Glover, poliziotto della metropoli, non si avvicina lontanamente a quello di Schwarzenegger e anche il cast di supporto, che vede buoni caratteristi come Gary Busy, Adam Baldwin (Animal in Full metal Jacket e Jane nell’indimenticabile serie Firefly) e il compianto Bill Paxton(l’Hudson di Aliens), non ripropongono le semplici ma funzionali dinamiche del gruppo di militari guidati da Dutch.

Rimangono affascinanti i nuovi gadget alieni, tanto tecnologici quanto letali, ideati dal team di Stan Winston  e di particolare interesse è la parte terminale del film, tutta ambientata sotto la città, nella quale si mettono alcuni tasselli fondamentali per far proseguire il Franchise (e anche per unirlo ad un altro analogo prodotto sempre FOX). Glover troverà infatti la navetta del Predator e ivi i suoi preziosi trofei, fra i quali spicca il teschio di uno xenomorfo di Aliens. Non solo, appena si libera della creatura vede comparire dal nulla un gruppo di alieni che lo circondano, ma solo per rendere onore alla sua vittoria e dare lui in regalo una pistola datata 1715, mettendoci a conoscenza di un aspetto culturale pregnante di questa specie di cacciatori, che onora i vincitori in modo “sportivo”, manda giovani membri a dimostrare il loro valore di guerrieri, come fossero Spartani, e che per fare questo organizza peculiari partite di caccia.

Predator 1987-2018

Passeranno ben vent’anni per vedere sugli schermi Predators, che con quella semplice aggiunta della S, fa il verso all’Aliens di Cameron, ma purtroppo poco ha in comune questo prodotto con il capolavoro del regista canadese.

Questo intervallo così lungo non è voluto, ma motivato dalla profonda difficoltà nello sviluppare una idea vincente e coinvolgere le persone giuste nella sua realizzazione. Fin dagli anni novanta la Fox si rivolge a Robert Rodriguez, ma il suo primo trattamento non viene approvato. Sarà però lui, alla fine, a far decollare il progetto (anche se con risultati discutibili). Si occuperà infatti della produzione, dello script e sarà la sua compagnia, Troblemaker, a fare gran parte del lavoro, compreso quello sugli effett delle creature. L’inizio del film si rivela quasi un omaggio ( del tutto involontario) a The Cube di Vincenzo Natali.

Otto persone, fra loro sconosciute, scopriranno di essere tutte accomunate dal fatto di avere le qualità di armi letali, ognuno con la sua personale tecnica, e si ritrovano catapultate in un pianeta alieno per essere validi avversari in una battuta di caccia/esercizio marziale, dei famosi Predators, plurali non solo perché in numero elevato, ma anche perché appaiono per la prima volta divisi in due sottospecie, una dominante sia fisicamente che gerarchicamente e una, già incontrata nei primi due capitoli, subordinata alla prima. Dirige il film, su indicazione di Rodriguez, il quasi sconosciuto Nimród Antal, che però si dimostra lungi dall’essere all’altezza di risollevare le sorti della serie. Come da tradizione il cast è ricco, internazionale e composito (Adrien Brody, Alice Braga, Topher Grace, Walton Goggins, Oleg Taktarov, Louis Ozawa Changchien, Mahershala Ali (sì, proprio il futuro premio oscar per Moonlight), Danny Trejo (attore feticcio di Rodriguez), Laurence Fishburne.

Se nel primo lo spauracchio dello stereotipo si evitava con eleganza, qui siamo di fronte alla sua apoteosi e se le capacità recitative di Brody nei silenzi riflessivi de La sottiliea linea rossa e nel meno conosciuto The Jacket, non sono in discussione, nei panni del sicario Royce appare poco credibile e per nulla carismatico.

Aspettiamo quindi con ansia questo quarto capitolo dedicato a Predator, nella speranza che Shane Black sia in grado di dare nuova linfa vitale ad una serie che era iniziata nel migliore dei modi.

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