Primo Maggio: otto film che hanno raccontato il mondo del lavoro

Primo Maggio 2018 Film al Cinema

In occasione del Primo Maggio, ovvero nella giornata in cui ricorre la cosiddetta “Festa dei Lavoratori”, abbiamo raccolto otto titoli cinematografici che hanno saputo raccontare la precarietà dell’essere umano nell’ambito professionale.

Primo Maggio, quando il precariato arriva sul grande schermo

«Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire». Questo lo slogan che, animando i movimenti sindacali della storia del Novecento, divenne il grimaldello del mondo operaio internazionale. Sulla scia della stessa necessita di rivendicazione dei diritti di autonomia e indipendenza dei lavoratori viene istituita, in occasione della Seconda Internazionale (organizzazione di partiti socialisti e laburisti europei), la giornata di celebrazione del primo maggio. Tre anni prima in quella stessa data, alcuni operai scioperanti di Chicago, persero la vita in seguito a scontri con le forze dell’ordine, in richiesta di condizioni di lavoro più umane.

Primo Maggio – Il lavoro al cinema: alcuni titoli significativi

Dall’anonimo flusso di operai che si riversano fuori da una fabbrica in L’uscita dalle officine Lumière di Louis e Auguste Lumière (1895), al capitalismo estremo dipinto da David Mamet in Americani (Glengarry Glen Ross, 1992), passando per la poetica danza tra gli ingranaggi del clown Chaplin in Tempi Moderni (1936), la filmografia che tratta del mondo del lavoro è tra le più consistenti a livello internazionale e spicca, per varietà di modalità rappresentative e come una delle più sfaccettate a livello di genere. Che sia con sguardo documentaristico, o attraverso il sottile filtro della commedia, il grande schermo non smette, ancora oggi, di esaurire il proprio apporto sulla tematica.

In occasione del Primo Maggio, ovvero della celebrazione della festa internazionale dei lavoratori, abbiamo selezionato otto titoli significativi per ripercorrere storie e modalità di rappresentazione su un motivo così cruciale per il nostro presente. 

L’uscita dalle officine Lumière di Louis e Auguste Lumière (1895)

Francia di fine Ottocento. I due fratelli Lumierè, imprenditori e fotografi, animati da un giusto fiuto per gli affari e da una consistente dose di fortuna, si ritrovano a essere i padri fondatori della settima arte. L’uscita dalle officine Lumière è tra i primi film della storia del cinema e mostra niente di più di quello che il titolo promette. La camera è fissa e immortala un consistente gruppo di lavoratori che esce, dopo una giornata lavorativa, dalla fabbrica di pellicola dei Lumierè. Il film, della durata di 45 secondi, è tra i primi proiettati alla presenza di un pubblico pagante, accorso il 28 dicembre 1985 in un seminterrato di un locale parigino. Nasce così, suggellato dal motivo del lavoro, il cinema. Il resto è storia.

Sciopero! di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn (1925)

Primo lungometraggio del maestro dell’avanguardia sovietica, Sciopero! è un titolo importante per l’apporto rivoluzionario dei contenuti mostranti, la rivolta che i lavoratori di una fabbrica organizzano a seguito del suicidio di uno di loro dopo essere stato accusato ingiustamente di furto. Ma lo è ancor più nella forma, che punta tutto a un’idea nuova di montaggio, inteso in un’ottica marxista, come lo scontro di elementi antitetici dalla cui sintesi scaturisce un concetto nuovo che supera gli elementi di partenza (“montaggio delle attrazioni”). Uno degli esempi più celebri è la sequenza finale di Sciopero! dove alle immagini della calca degli operai scioperanti assediati dalla milizia, vengono accostate scene di buoi al macello.

Metropolis di Fitz Lang (1927)

Tratto dal libro di Thea von Harbou, all’epoca moglie di Lang, Metropolis è un film che  per l’apporto visivo e narrativo, detta i canoni di tanta fantascienza e distopia degli anni a venire ( Blade Runner su tutto). La storia è incentrata sulla ribellione portata avanti dalla classe operaia e animata da Maria, un robot dalle fattezze femminili, ai danni del regime di John Fredersen, tiranno dominatore di una città, ormai ridotta in schiavitù. Ultimato dopo 19 mesi di lavorazione, con l’impiego di 36.000 comparse e un costo totale di 5 milioni di marchi tedeschi, il film è conosciuto come uno dei primi colossal della produzione cinematografica.

Tempi moderni di Charlie Chaplin (1936)

La soave danza tra gli ingranaggi di una catena di montaggio di Charlot è tra le immagini più conosciute e poetiche della storia del cinema mondiale. Tempi moderni, nasce dalla visione del mondo della maschera comica Chaplin all’epoca della Grande Depressione, e da una visita reale che lo stesso attore e regista condusse presso gli stabilimenti Ford di Highland Park. Primo film in cui vengono mostrati i deleteri effetti dell’industrializzazione sull’uomo, il cui corpo avvezzo all’automatismo del rapporto con la macchina, perde ogni emozione. Tempi moderni è anche il primo film in cui compare la voce di Chaplin, nella  esilarante scena della Nonsense Song – adattamento della francese Je cherche après Titine – e l’ultima apparizione sullo schermo del personaggio di Charlot, che rese celebre l’attore in tutto il mondo.

“Primo Maggio al cinema, dalla seconda metà del ‘900 agli anni duemila

La Classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1971)

Passiamo in territori nostrani per arrivare a una delle rappresentazioni più limpide e feroci della classe operaia sullo schermo. Quando, in pieni anni di piombo, il film di Elio Petri esce nelle sale, diventa il pretesto di fervide discussioni nei territori della sinistra italiana, arrivando a metterne in discussione l’efficacia nella rappresentazione del proletariato e dunque la sua stessa identità di partito. Questo portò la storia dell’operaio Lulù Massa (Gian Maria Volontè) , a essere per molto tempo denigrata in Italia, nonostante il riconoscimento del Gran Prix della giuria conquistato a Cannes nel 1972.

Americani di James Foley (1992)

Chicago, anni Ottanta. Tra le pareti di un’agenzia immobiliare, quattro dipendenti, messi alle strette da una difficile condizione economica si scontrano a colpi di rampantismo, telefonate e strategie di vendita per accaparrarsi una Cadillac Eldorado nuova di pacca e salvarsi dall’imminente licenziamento. Sostenuto dalla solida sceneggiatura scritta da David Mamet, autore della stessa piecè (Premio Pulitzer) da cui la pellicola è tratta, il film grazie a un uso minimale della componente registica, riesce nel tentativo di mostrare tutto il talento di un cast di attori senza eguali: Jack Lemmon, Al Pacino, Kevin Spacey, Ed Harris, Alec Baldwin, Jonathan Pryce.

Tutta la vita davanti (2008) di Paolo Virzì 

Il precariato giovanile italiano raccontato con i toni di una commedia corale, tra il grottesco e l’onirico. Protagonista l’ingenua Marta (Isabella Ragonese) passa dall’essere una brillante neolaureata a un operatrice in un call center, fino a diventare una promessa dell’azienda. Molto più pungente rispetto agli altri esempi della sua filmografia, il film di Virzì è una commedia che lascia dietro di sì un retrogusto agrodolce.

Smetto quando voglio (2014) di Sydney Sibilia

Ancora una commedia sul precariato giovanile quella di Sydney Sibilia, che Con smetto quando voglio, oltre a creare uno degli ultimi racconti ben riusciti sul tema, da vita a un meccanismo del tutto inusuale per il territorio produttivo italiano. Il franchise di successo del film, suggellato dai sequel Smetto quando voglio – Masterclass e Smetto quando voglio – Ad honorem (entrambi del 2017), prende spunto dal meglio della cultura pop internazionale riadattandola in chiave nostrana per parlare di una situazione – il precariato di massa, la sottooccupazione intellettuale – problematicamente reale.

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