Recensione di The Ritual, l’horror di David Buckner su Netflix

The Ritual

Arriva su Netflix The Ritual, l’horror movie che strizza l’occhio a The Blair Witch Project e True Detective, senza riuscire nell’intento.

The Ritual e una sceneggiatura poco coraggiosa

Una serata tra amici finisce in tragedia quando due di loro si trovano nel bel mezzo di una rapina in un drugstore, dove uno (Robert) perde la vita, mentre l’altro (Luke) rimane nascosto, paralizzato dalla paura. In suo onore i quattro restanti amici decidono di organizzare, sei mesi dopo, un’escursione sulle montagne svedesi nel famigerato “Sentiero del Re”, cioè quello che Robert propose proprio quella sera come prossima vacanza insieme.

Una volta arrivati nel cuore della natura scandinava, ci mettono poco i quattro amici a perdere la strada, ritrovandosi nel bel mezzo della foresta, misteriosa e paurosa, dove serpeggia un qualcosa di spaventoso che non ha intenzione di lasciarli andare.

Tratto dall’omonimo romanzo horror di Adam Nevill (la cui opera è ancora inedita in Italia) la sceneggiatura di The Ritual è stata affidata a Joe Barton, noto per aver scenggiato alcuni episodi di Humans, mentre la regia è di David Buckner, alla prova con il suo primo lungometraggio.

Se pensiamo al titolo il rimando al rituale è d’obbligo, ma questo aspetto rimane comunque marginale per quasi tutti il film, se non all’inizio quando i ragazzi compiono un rituale commemorativo attorno a un altarino in collina per ricordare Robert, e nel finale. Forse sarebbe stato interessante approfondire il tema per tutta la diegesi.

Il regista invece ha preferito dilungarsi sul continuo peregrinare nei boschi dei quattro amici facendoci ricordare The Blair Witch Project, ma a differenza di quest’ultimo non  c’è alcun uso della camera a mano, ma tanti campi lunghi e contro plongée dove gli alberi della foresta sembrano sbarre che imprigionano e schiacciano i protagonisti nel loro incubo.

Lo Jǫtunn

Se pensiamo poi al “male” che si aggira per i boschi, anche qui prevale la superficialità, diventando un’altra occasione persa.

Keith Thompson si è occupato della realizzazione della “creatura”, creata in parte con effetti reali e in parte digitalmente. Discostandosi dalla figura descritta nel libro, qui abbiamo a che fare con uno Jǫtunn (letteralmente “mangiatore di uomini”), una figura mitologica norrena, mostruosa e gigantesca, dotata di una forza sovrumana.

Buckner l’ha concepita così, cercando di non ricadere in quelle creature posticce che spesso nei film vengono usate come entità mitologiche horror:

Il nostro mostro è in un certo senso fabbricato dagli incubi e dalle paure, quindi il suo design è una sorta di contrappunto archetipico al percorso del protagonista. Inoltre per noi era importante che fosse una creatura nuova, che il pubblico potesse dire di non aver mai visto prima e di non poter più dimenticare.

Forse avrebbero dovuto concentrarsi sul mostro, sui sacrifici, esplorando degli aspetti più interessanti, ma purtroppo una sceneggiatura poco coraggiosa ha portato a un lavoro più scontato con scene poco inedite, prevedibili, così come prevedibili sono le reazioni dei protagonisti. Tutte cosè già viste e troppo convenzionali.

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