Red Zone – 22 miglia di fuoco: recensione del nuovo film con Mark Wahlberg

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Arriva oggi nelle sale Red Zone – 22 miglia di fuoco, film d’azione diretto da Peter Berg, con Mark Wahlberg alla loro quarta collaborazione.

Red Zone – 22 miglia di fuoco: la complessità che diventa caos anonimo

Ha un passatempo peculiare il personaggio principale di Red Zone – 22 miglia di fuoco, quello dei puzzle, ma non dei puzzle qualunque, i suoi sono i più difficili esistenti, perché composti solo di tessere bianche e quindi privi di linee e figure da riprodurre seguendo un immagine di esempio.

Metaforicamente non si discostano molto dalla trama di Red Zone – 22 miglia di fuoco, che aspira ad essere complessa, ma riesce solo a tratti a dimostrarsi complicata e che una volta messi insieme i pezzi non ti regala altro che una immagine vuota, priva di forme ben definite, così come di colori, lasciandoti con un interlocutorio sfondo bianco, senza prospettiva e senza spessore. E’ la sceneggiatura che manca in Red Zone – 22 miglia di fuoco, un thriller d’azione che ci mette di fronte ad intrighi con uno sguardo attento al ritmo,ma privo di coerenza.

Red Zone – 22 miglia di fuoco sembra farci tuffare in un universo spionistico senza darci riferimenti, introducendo personaggi i cui ruoli risultano poco chiari, dei quali non si comprende fino in fondo il modus operandi o il fine ultimo delle loro azioni e reazioni,in un susseguirsi senza fiato di sequenze adrenaliniche che lasciano perplessi e a volte disorientati.

La collaborazione tra Peter Berg e Mark Wahlberg

In cabina di regia Peter Berg, alla sua quarta collaborazione con Mark Wahlberg, dopo “Lone Survivor”, “Deepwater-inferno nell’oceano” e “Boston- caccia all’uomo” , la cui mano si dimostra purtroppo, benchè adeguata al terreno di gioco del film, anche essa in difficoltà nella realizzazione di scene che reggano una struttura solida narrativa, nascondendo le sue pecche dietro un montaggio dal taglio veloce che rende il film ancora meno godibile.

Wahlberg è chiamato a interpretare James Silva, una spia che dirige una squadra di agenti ombra (definiti propriamente dei fantasmi) che lavora per un ramo della CIA che entra in azione solo in situazioni estremamente critiche e con modalità fuori dagli schemi pur di portare a termine gli obiettivi prefissati.

Il precario equilibrio tra narrazione e azione

La voce narrante che tenta di spiegare gli accadimenti è quella dello stesso James, che parla a ritmo concitatissimo e del quale sappiamo avere un passato da giovane molto brillante, ma incapace di rapportarsi adeguatamente con gli altri, al quale la routine sta stretta e a cui è stato dato un elastico giallo da mettere al braccio che fa schioccare sul proprio polso ogni volta che sente che la sua mente sta andando sopra di giri. Poco altro sappiamo delle sue origini e del suo passato. Ad affiancarlo sono Alice Kerr (Lauren Cohan), Sam Snow (Ronda Rousey) e altre “ombre”; a tirare i fili a distanza è Bishop (John Malkovich in un ruolo poco ispirato). La missione comporta un viaggio di 22 miglia da cui il titolo originale (22 miles) in mezzo a luoghi e persone ostili.

Il film contrappone i monologhi Wahlberg alle caotiche sequenze di azione e violenza gratuita, ma l’equilibrio fra i due piani è ben lontano e la pellicola rimane come i puzzle di James, un esercizio di stile che sembra puntare in alto, ma che alla fine pur con una rivelazione finale che dovrebbe lasciare di stucco e far ripercorrere a ritroso tutto, non coinvolge e rimane un piatto e monocromo rompicapo come i tanto amati puzzle.

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