Ride: recensione del film sugli sport estremi diretto da Jacopo Rondinelli

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Esce oggi nelle sale italiane Ride, il nuovo film diretto da Jacopo Rondinelli e scritto da Fabio Guaglione, Fabio Resinaro Marco Sani, che tratta gli sport estremi sfruttando le telecamere Go-Pro.

Ride: una prospettiva diversa

Una cosa colpisce profondamente fin dalle prime scene di Ride: non si ha la percezione di essere di fronte ad un prodotto cinematografico tipico, ma soprattutto si apprezza una pulsione viscerale da parte degli autori (Fabio Guaglione, Fabio Resinaro, Marco Sani e Jacopo Rondinelli alla cabina di regia) di realizzare qualcosa di nuovo, di fresco e di ampio respiro, correndo dei rischi ovviamente, ma con la stessa soddisfazione con la quale i due protagonisti si imbarcano in imprese estreme per raggiungere vette apparentemente non accessibili. Ma soprattutto per dare una prospettiva alternativa al cinema che, in un film nel quale le telecamere Go-Pro la fanno da padrone, significa donare una prospettiva diversa alla pellicola stessa.

La sperimentazione e la rielaborazione del passato

Un film che porta novità nel modo più giusto e fruibile dallo spettatore, rielaborando temi e strutture narrative che sono parte integrante sia delle nuove forme di intrattenimento visivo (i due protagonisti Kyle e Max caricano i video delle loro imprese estreme su YouTube in cerca di visualizzazioni e visibilità), sia andando a citare nella parte centrale e finale del film, titoli come Hunger Games o L’implacabile. La sperimentazione visiva del film crea una esperienza  che rende lo spettatore completamente catapultato all’interno delle immagini, quasi intrappolato dal susseguirsi senza soluzione di continuo dei fotogrammi, immerso in una piscina fatta di colori, immagini distorte, come lo sono spesso le realtà soggettive, con la sensazione di non poter emergere a prendere fiato ma al contempo con il piacere voyeristico che spinge a voler vedere di più (emblematica la scena con gli specchi triangolari).
Come in un videogame (e il riferimento all’esperienza videoludica è esplicito), si vuole passare di livello, raggiungere i vari check point, scoprire cosa si nasconde dietro quegli schermi neri che tanto ricordano il 2001 di Kubrick, ma ancora di più, essendo degli strumenti che proiettano immagini, l’idea meno criptica del monolite letterario di Clarke. I riferimenti alla cultura dei creatori di Ride sono innumerevoli e molti probabilmente nemmeno si carpiscono del tutto, ma si ha quella sensazione di vivere una avventura fascinosa, perché al contempo nuova ma stratificata nel tempo e quindi subdolamente familiare; di entrare in un universo alternativo creato rimescolando un passato che è ormai parte della nostra coscienza collettiva.

La produzione della creatività

Vi è, in conclusione, un merito che va oltre le qualità artistiche del film e che risiede nella concezione produttiva di stampo internazionale (o assimilabile al cinema italiano degli anni 60 e 70 che tanto si rimpiange ora). La scelta ponderata e funzionale di sfruttare un cast internazionale (protagonisti Lorenzo Richelmy e Ludovic Hughes, protagonista femminile l’attrice spagnola Simone Labarga e Matt Rippy nei panni di un inquietante “burattinaio/presentatore”), così come di girare in lingua inglese, E anche di selezionare ambientazioni prevalentemente nostrane ma che, inquadrate nel modo giusto, mostrano quanto l’Italia offrirebbe come sfondi  per storie originali. In tutto questo sta il maggiore merito di Ride, che diviene il veicolo per esportare in tutto il mondo la creatività intrisa nell’industria cinematografica italiana.

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