Roma, recensione dell’ultimo capolavoro di Alfonso Cuarón

Roma Alfonso Cuaron Netflix

Roma rappresenta un’opera drammatica e avvolgente che lascia una traccia di sé anche nello spettatore più distratto.

Dal Festival di Venezia ai Premi Oscar, passando per Netflix: per Roma questo è solo l’inizio

Roma stavolta non è La capitale, ma è un piccolo quartiere messicano, dove il regista è cresciuto e ha deciso di ambientare la sua personalissima narrazione audiovisiva che vede come protagonista principale la figura della donna: Donna Sofia (Marina De Tavira), borghese mater familias di quattro figli, un cane e un marito che finge viaggi di lavoro per isolarsi con l’amante. E la sua domestica, in realtà amica, Cleo (Yalitza Aparicio) una giovane tata e domestica messicana che ama i figli di Donna Sofia come se fossero i propri, e nel momento in cui rimane incinta e abbandonata non potrà godere del suo vero figlio biologico.

Due donne forti con drammi da affrontare che trovano ancor più coraggio solo nella vicinanza, sempre mostrata e mai spiegata. La sceneggiatura non ha bisogno di esprimere un legame che è già ben visibile grazie alla potenza della macchina da presa, e probabilmente è proprio questo uno dei punti di forza della pellicola: 135 minuti in cui Cuarón tratta una tranche de vie, segue il percorso naturale delle cose senza forzare nulla, scandendo la linea temporale con i reali avvenimenti storici che hanno coinvolto il Messico proprio negli anni 70 (il terremoto, il massacro del Corpus Christi) che si allineano con le vicende del contesto femminile e familiare come un macrocosmo che si influenza a vicenda.

Il concetto del femminismo è trattato in modo impalpabile, non si fa sentire a gran voce quanto più lo si percepisce quando iniziano i titoli di coda e si accendono le luci in sala, questo perché il film non si presenta mai come una denuncia all’uomo. Il padre non c’è, ed è meglio così. Un parallelismo di notevole significato e impeccabile maestria registica è rappresentato dalla scena di presentazione del papà. Non lo vediamo mai in viso, ma vediamo la bravura con il quale parcheggia nell’androne di casa la macchina di lusso, calcolando ogni singola manovra a millimetro; è una sequenza ricca di dettagli e di suspense.

Più avanti vedremo Donna Sofia al volante che invece si fa largo nell’androne non curante degli spazi ristretti e della macchina, sbattendo ovunque e distruggendo quasi la macchina. Cosa vuole dirci Alfonso con queste due scene? Apparentemente esprimono il cliché dell’uomo bravo alla guida e la donna no, ma ad uno sguardo critico probabilmente indicano che il maschio si cura maggiormente di ciò che è effimero e bello solo esteticamente (una bella macchina e una bella donna) mentre alla donna non importa cosa succede durante il tragitto, quello che conta è arrivare il prima possibile dalla sua famiglia.

Roma

Cuarón porta a casa il Leone d’oro come miglior film ma in realtà anche come miglior autore. Roma è diretto da lui a 360 gradi, per la prima volta decide di ricoprire sia il ruolo di regista che di montatore e anche di direttore della fotografia, dimostrando come questo film sia un’opera sua a tutti gli effetti. Pur cimentandosi per la prima volta come DOP, la fotografia è sublime, girato in 65mm, ricco di dettagli e piani sequenza e riuscendo a creare un bianco e nero raffinatissimo.

 

Il film è prodotto da Netflix e arriverà nelle nostre tv il 10 ottobre e anche in qualche sala americana per far in modo che possa concorrere agli Oscar.

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