Roman Polanski: i demoni del regista polacco

Roman Polanski

Nel 1962 usciva il suo primo lungometraggio, Il Coltello nell’Acqua, mentre quest’anno è arrivato nelle sale Quello che non so di lei. Ripercorriamo il percorso artistico di Roman Polanski, tra successi, polemiche e denunce.

Roman Polanski, il Bauman del cinema

Nell’era del cinema contemporaneo, dove la tecnica registica ha raggiunto livelli di raffinatezza e fluidità narrativa impressionanti, si avverte ogni tanto la necessità di fare un salto indietro nel tempo, tornare alla pura magia, all’odore mistico e nostalgico della celluloide, alle origini di tutto, quando il mondo non era ancora digitale. Le immagini impresse nelle pellicole cinematografiche odierne scorrono alacremente come ingranaggi sapientemente oliati, come i post di un social network che si caricano continuamente sulla home.

Il perfetto comparto tecnico odierno, che accompagna immancabilmente ogni produzione nell’ambito del cinema, è capace di dipanare intere sequenze di scene senza sbavature, di filtrare ogni difetto con l’uso della computer grafica, di rendere tutto più fluido e realistico ma, allo stesso tempo, più artificiale.

L’impressione è quella di aver imitato tanto fedelmente la verità da averne perso anche la più minuscola briciola di purezza.

Per questo, ogni volta che si assiste a una produzione cinematografica lontana, e più genuina, ci si sente come trascinati in un’altra dimensione, il mondo dei simboli, della comunicazione artistica più illibata, permeato da una patina vintage.

Questo elemento risulta assolutamente più tangibile nel caso di registi che, nelle loro opere, hanno saputo trasfondere le proprie angosce, i propri demoni interiori, le paure prime che accomunano tutta la specie umana.

È un fatto che le pellicole di oggi che affrontano temi storici importanti, quali il primo e secondo conflitto mondiale, l’Olocausto, il crollo del muro di Berlino – pensiamo ad Allied (2016), Lettere da Berlino (2016), Il ponte delle spie (2015), Dunkirk (2017)– somigliano molto più a un lavoro di documentazione storica meticolosa, inframmezzato a qualche sprazzo di azione narrativa, che non a un vero e proprio prodotto artistico esistenzialmente e interiormente vissuto.

L’orrore necessita di essere partorito da dentro come se fosse un catarsi.

Chi non ha vissuto questi eventi può imprimervi, certo, la propria passione storica, ma non lo spirito vero del tempo: e quanto più ci si allontana cronologicamente da certe verità, tanto più questi temi perdono la loro capacità di risultare credibili narrativamente.

Chi è veramente cresciuto nell’orrore e nell’incertezza degli anni più bui del novecento impregna ogni sua creazione dei propri spettri inestinguibili. 

Nel caso della letteratura, possiamo citare Miller, Beckett, Celine, Orwell, Sartre, Artaud,  ma, se vogliamo parlare di cinema, non possiamo esimerci dal citare il regista polacco Roman Polanski.

Potremmo dire azzardatamente che Polanski è un po’ il corrispettivo del sociologo Zygmunt Bauman in ambito cinematografico: entrambi, in tenera età, hanno vissuto i momenti terribili dell’occupazione nazista, e hanno sedimentato i loro demoni kafkiani in ogni libro o film che producevano.

In seguito all’invasione tedesca della Polonia, il piccolo Roman, a cinque anni, venne rinchiuso nel ghetto della sua città insieme a tutta la famiglia. 

La madre di Roman Polanski fu deportata ad Auschwitz, dove morì; mentre il padre riuscì a sopravvivere nel campo di Mauthausen. 

Fu proprio il padre a prodigarsi per la salvezza del piccolo Roman, pagando una proficua somma a una famiglia cattolica, e chiedendogli di nasconderlo.

Il piano funzionò, ma le ferite nell’animo del regista, come testimoniano eloquentemente i suoi film, non furono mai sanate.

I fantasmi della guerra, della sua infanzia travagliata, perseguitarono Roman Polanski tutta la vita; e alcuni episodi tragici del 1969, come l’omicidio dell’ex moglie del regista Sharon Tate, all’ottavo mese di gravidanza, a opera della setta di Charles Manson, e la morte del suo compositore Komeda in un incidente sciistico, esacerbarono i suoi dolori interiori.

A seguito di questi fatti, sebbene la carriera hollywoodiana fosse stata perfettamente lanciata dalla detective stories Chinatown (1974), il regista polacco preferì tornare a Parigi, ricominciando a esorcizzare gli scheletri del suo passato, già presentati al pubblico con il drammatico film Il coltello nell’acqua (1962), l’horror psicologico Repulsione (1965), e il più recente Rosemary’s baby (1968).

Nel 1976 è la volta de L’inquilino del terzo piano, in cui Roman Polanski analizza il tema della dissoluzione identitaria dell’individuo, travolto dal peso introspettivo dei suoi orrori.

In questo film, il ruolo del delirante protagonista Trelwowski è interpretato dal regista stesso, il quale presta la voce al personaggio anche nel doppiaggio della versione italiana.

Il disagio esistenziale di Trelwowski ne l’inquilino del terzo piano, che lo spinge al suicidio e all’autoannientalmento interiore, nel film Luna di fiele (1992) erompe fuori dai confini identitari, e si proietta sul profilo delle relazioni sentimentali.

In quest’ultima pellicola, Nigel, interpretato da un giovanissimo Hugh Grant, in crociera con sua moglie, rimane completamente folgorato da una Emanuelle Seigner in forma straordinariamente avvenente, all’epoca già sposata col regista, che impersona il ruolo della bella francese Mimì.

Insieme alla conturbante francese, però, Nigel conosce anche l’eccentrico marito Oscar, dai modi stravaganti e bohémien, i cui aforismi, in alcune scene, ricordano quelli del celebre scrittore irlandese con il quale, non a caso, condivide il nome:

Ogni rapporto tra uomo e donna ha in sé il seme della farsa e della tragedia.

Torna alla tua squallida tomba matrimoniale.

Attraverso un sottile gioco di manipolazione psicologica, concordato con Mimì, Oscar convincerà il marito adulterino ad ascoltare il racconto di come la provocante francese lo abbia sedotto, imprigionandolo in un rapporto totalitario, e portato alla rovina. Soltanto se Nigel si dimostrerà abbastanza paziente di ascoltare tutta la storia, allora Oscar potrà concedergli di andare a letto com Mimì, offrendogli, a questo proposito, anche “la sua benedizione”.

L’ingenuo Nigel si lascerà, ovviamente, ingannare da quella coppia di strampalati, conducendo il suo matrimonio al completo disfacimento.

Significativa, nel finale, la scena d’amore saffico tra Fiona, la moglie di Nigel, e la procace Mimì, a significare la crudeltà sessuale della donna sull’ingenuità sociale del maschio nel gestire la stabilità di coppia.

Tutta la pellicola è una messa in discussione del legame matrimoniale, retto solo dall’ipocrisia, nel momento in cui la passione è ormai svanita.

“Gli amanti dovrebbero lasciarsi quando la passione è al culmine, senza aspettare l’inevitabile declino,” dice Oscar, in un celebre aforisma del film.

Altra scena toccante è quella in cui Oscar pensa di rompere il fidanzamento con Mimì, poiché il suo interesse sessuale è ormai scemato.

Seduti su una panchina, la francese, con voce languida, gli dice:
“Che bella serata, amore. Vorrei che durasse in eterno!”

Oscar, con un tono di voce serafico e imperturbabile, risponde:

Eterno è un sacco di tempo. Non riesco a pensare così lontano. Non ci sono mai riuscito.

Vi sarebbero certamente molti altri film, rappresentativi del regista polacco, da analizzare. La figura di Polanski rimane, a tutt’oggi, una delle personalità più complesse del mondo del cinema, le quali necessiterebbero di una trattazione più approfondita. 

Quello che è certo, tuttavia, è che pochi registi hanno saputo, come Roman Polanski, esprimere, in ogni aspetto del quotidiano, gli orrori e i disagi del novecento. 

Non occorre vedere Il pianista (2002) per capire quanto gli eventi terrificanti della guerra abbiano inciso sulla personalità di Polanski, costretto a viverla quand’era ancora bambino. Il dolore di quel periodo emerge in ogni suo film, che parli di relazioni, di stanze in affitto, di libri maledetti o, addirittura, di matrimoni.

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