Skyscraper: la recensione del nuovo film con Dwayne Johnson

skyscraper film 2018

Esce il 19 luglio nella sale italiane, distribuito dalla Universal, Skyscraper, diretto da Rawson Marshall Thurber, con protagonista Dwayne Johnson.

Skyscraper: la statica del grattacielo e la dinamica dell’azione

Sicuramente l’uscita di Skyscraper, a 30 anni quasi precisi da Die Hard – trappola di cristallo, rende inevitabile che la mente di uno spettatore torni alle gesta di John McClane, in quello che è un classico degli anni 80, e ad un inevitabile confronto fra le due pellicole. Che ci si trovi all’interno dell’elegante e lineare Nakatomi Plaza, centro nevralgico su suolo americano di una azienda giapponese o sull’edificio più alto dalle forme sinuose e  avveniristico  del mondo, il The Pearl, che svetta nello skyline di Hong Kong, poco importa; è il segno del cambiamento dei tempi e degli equilibri economici. È proprio sugli equilibri che il film Skyscraper dimostra di aver lavorato in modo assai più grezzo rispetto agli archetipi a cui vuole rifarsi. Ad alta quota, saper trovare il giusto assetto posturale allo scheletro di un film perché possa procedere con un andatura armonica e uno stabile dinamismo è una prerogativa fondamentale.

L’asimmetria e l’equilibrio

Vi è già nella figura stessa del protagonista, Will Sawyer, interpretata da Dwayne Johnson un rimando ad una situazione di asimmetria. Will infattì ha perso un arto inferiore svolgendo il suo dovere e si regge su di una protesi. La stessa esile trama del film e il tentativo di coniugare un minimo di esigenze narrative con la spettacolarizzazione sembrano impianti protesici che vanno a cercare di sostenere una pellicola che vorrebbe essere puro entertainment da blockbuster estivo, ma che non arriva, come riusciva al Bruce Willis di Die Hard, ad avere il coraggio di mostrarci l’uomo sbagliato, nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Alle imperfezioni umane e relazionali, ai perenni conflitti familiari, a quella canottiera bianca che si sporcava sempre di più, che facevano di McClane un eroe imperfetto (ma per il quale provare subito empatia), in grado di affrontare situazioni impervie e catastrofiche, ma al contempo incapace di tenere unito un matrimonio nella quotidianità, si contrappone la famiglia perfetta di Will Sawyer, con una moglie, interpretata da Neve Campbell, che fa il chirurgo e due figli gemelli di sesso opposto. Non è più la storia del rude poliziotto di New York che va a Los Angeles per rimettere insieme i cocci del suo matrimonio, ma quella del consulente alla sicurezza che si porta dietro tutta la famiglia felice per non separarsene.

Ci troviamo sul palazzo più alto al mondo e la sospensione dell’incredulità la fa da padrone tanto quanto la sospensione in aria di corpi in volo, come è giusto che sia in un prodotto di questo tipo. Non sveliamo nulla più del poster  se diciamo che “The Rock” salterà da una gru direttamente nel grattacielo, un balzo della fede, nel vuoto di una storia che vorrebbe essere priva  di qualsiasi bisogno di qualcosa di più della pura evasione, ma sembra non riuscirvi. I momenti di umorismo e leggerezza sono poco ponderati e quella complicità che si cerca nello spettatore rimane illusoria. Il sottile bilanciamento con il quale Dwayne Johnson riesce solitamente a coniugare ironia, autoironia e brevi momenti di serietà appare pendere più volte in modo incongruo su quest’ultima, rendendo accidentato il fluire spensierato delle immagini di pura azione e la scorrevolezza degli eventi.

You’re not using enough duct tape

Fino all’avvento del montaggio digitale, la pellicola veniva montate con le vecchie moviole, tagliata e le sequenze unite con lo scotch. Nel corso del film il protagonista afferma: “If you can’t fix it with duct tape, then you’re not using enough duct tape.”. Diciamo che il problema di fondo del film è nel fatto che una vera e propria coesione fra le varie istanze sostenute non riesce a trovarla e per quanto nastro adesivo si possa utilizzare manca un collante vero che leghi le varie scene.

Skyscraper non riesce ad avere un tono equilibrato; non ha successo nel rimanere leggero nei momenti in cui si prende fiato fra una scena di azione e l’altra o adrenalinico nei momenti di vertiginosa evasione dal verosimile e, causa una controparte, un villane che non ha un minimo di spessore (e qui il pensiero torna al fascino subdolo dell’Hans Gruber del compianto Alan Rickman) drammatico e di suspense al punto giusto.

Si rimane in bilico su di un grattacielo in fiamme, chiedendosi se sia il caso di buttarsi, senza farsi troppe domande, nell’azione dura e pura, pur vedendola privata di quei pochi capi saldi che, anche se apparentemente stereotipati e grossolani, rendevano pellicole, nate da premesse non molto dissimili, ricche di appigli emotivi che davano la sensazione di non fare un salto nel vuoto.

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