Stronger: recensione del film con Jake Gyllenhaal tratto da una storia vera

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Stronger, diretto da David Gordon Green, con Jake Gyllenhaal  come protagonista, tratta la vera storia di Jeff Bauman, vittima dell’attentato alla maratona di Boston nel 2013 e del complesso rapporto tra ferite personali e traumi di un’ intera nazione. In uscita nelle sale il 4 luglio.

Stronger e la solitudine della sconfitta

All’interno dei tunnel dell’arena dei Red Sox, storica squadra di baseball di Boston, si consuma la scena più sincera di un film, Stronger, che in molte circostanze indugia con troppa poca incisività sulla tematica che affronta. In quel lungo corridoio si incontrano la vittima dell’attentato durante il Patriots’ Day, Jeff Bauman e il suo primo soccorritore Carlos Sanz. Lo scambio di drammi personali fra i due fa comprendere quali dinamiche generino eventi così traumatici e come vittima e soccorritore siano un microcosmo di un dialogo più vasto fra chi ha bisogno di essere uno strumento di salvezza e chi, a suo modo deve essere il martire capace di tornare a nuova vita. Si stabilisce quasi un discorso paterno, forse paternalistico, di condivisione e reciproca confessione, fra due uomini che comprendono di aver perso molto e che nelle sconfitte si è soli, a maggior ragione se si viene sfruttati come figure che, in un teatro di guerra urbano, devono impersonare un senso di vittoria riparatrice e consolatoria.

Lo stereotipo dell’eroe

Un emblema che sia fruibile da una folla sugli spalti, che faccia gesti significativi, ma semplici, che sia un eroe stereotipato, le cui cicatrici saranno anche visibili, ma sono quelle in superficie, nulla di quello che giace ingabbiato e costretto sotto i punti di sutura riesce a trapelare, questo si cerca in Jeff.

Il film va ad analizzare la capacità di Bauman, vittima di un attentato terroristico su suolo patrio, di accettare di essere un simbolo , sapendo che un simbolo per sua definizione deve essere descritto da poche linee tagliate di netto e colori nitidi, senza sfumature. Il regista David Gordon Green cerca riuscendo solo a tratti, di descrivere tutte le gradazioni che vanno dall’ oscurità dei momento più bui del periodo post traumatico del protagonista, ai tentativi di tornare alla luce possibilmente naturale, non quella dei riflettori.

L’interpretazione di Jake Gyllenhaal è solida, ma sorprende per intensità quella della sua compagna, interpretata da Tatiana Maslany . Miranda Richardson, matrona di una famiglia molto numerosa e rumorosa, quanto poco capace di coesione organica e sincera empatia, interpreta tanto bene la donna di periferia dipendente da tv via cavo, che inizialmente si stenta a riconoscerla.

 Lo sport come espressione di una nazione

Tre eventi sportivi rimbombano all’interno della pellicola come la folla negli stadi e come l’ordigno artigianale: la maratona, una partita di hockey e l’inizio della stagione dello sport nazionale per eccellenza degli States, il Baseball. Lo sport nasce per un motivo ben preciso fin dai tempi più remoti e che la storia di Bauman sia la sintesi reale di tutte le mutilazioni e i lutti che una nazione in guerra ha subito è fin troppo evidente. In un paese in stato di allarme lo sport assume un significato più profondo, un momento di coesione e di identificazione, un arena sulla quale ci si incontra con modalità rituali e si può tornare a sentirsi vincenti.

Questo è in prima istanza quello che ci racconta Stronger, la volontà e la necessità da parte di una città, Boston, ma più in generale di un paese intero, di accomodare il suo sguardo in una prospettiva che distorce la realtà dei fatti o quanto meno li semplifica, alla ricerca disperata di un punto che sia più di vera e propria evasione, che di fuga.

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