Sulla mia pelle: una fotografia iperrealista della storia di Stefano Cucchi

Presentato come film d’apertura alla sezione orizzonti della 75esima edizione del Festival di Venezia, il film Sulla mia pelle, del regista romano Alessio Cremonini, apre gli occhi sulla vicenda di Stefano Cucchi, un fatto atroce di cronaca italiana.

Sulla mia pelle: quando la giustizia diventa carnefice

Dopo aver narrato le drammatiche vicende di due esuli siriane, Fatima e Aya, nel film Border (2013), distinguendosi per l’uso di un linguaggio talmente empatico e ispirato da rendere l’opera più simile a un prodotto mediorientale che italiano, il regista romano Alessandro Cremonini torna a parlare di scomodi drammi umani, spolverando, questa volta, la cronaca del suo paese.

Come apertura della sezione Orizzonti al 75esimo Festival di Venezia, il film Sulla mia pelle ha sconvolto tutti per la crudezza e l’estremo minimalismo con cui la vicenda è stata narrata. In particolare, il fatto di cronaca è quello della morte del trentenne Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre del 2009, durante lo stato di custodia cautelare. Questa storia ha scatenato una vicenda giudiziaria che si è protratta fino al luglio del 2016, arrivando in Cassazione, richiedendo un appello-bis, e coinvolgendo, in diverse riprese, molteplici membri del personale medico del carcere di Regina Coeli, alcuni carabinieri e tre agenti della polizia penitenziaria, per percosse, lesioni e mancata assistenza medica. Una parziale verità è stata raggiunta solo nel nel gennaio 2017, a conclusione dell’inchiesta bis richiesta espressamente dai familiari della vittima.

Già durante il processo, Stefano Cucchi presentava delle ecchimosi vistose intorno alle orbite, un andamento claudicante, dolore alla schiena, e delle notevoli difficoltà nel parlare e nel pronunciare le proprie dichiarazioni. Nonostante questo, il giudice fissa una nuova udienza, e gli ingiunge la custodia cautelare, per alcune settimane, nel carcere di Regina Coeli, dove muore, dopo essersi sottratto alle cure mediche per diversi giorni.

All’ospedale Fatebenefratelli gli erano stati diagnosticati diverse ecchimosi, una frattura alla mascella, due alla colonna vertebrale e una grave emorragia alla vescica. Molti di questi eventi, coperti tutti da un imperturbabile e sdegnoso atteggiamento di omertà da parte del personale medico e carcerario, e soprattutto dei carabinieri che inizialmente lo avevano condotto in caserma, sono venuti fuori solo dopo un’estenuante epopea di attivismo e battaglie legali, condotte con tenacia dalla sorella di Stefano, Ilaria Cucchi.

La stessa famiglia si era recata più volte in visita al figlio durante la sua fase di internamento al carcere di Regina Coeli, senza però che gli venisse concesso di vederlo, né tantomeno di sapere come stesse.

I genitori e la sorella potranno vedere Stefano solo dopo il suo decesso, comunicato, alla madre, da un ufficiale giudiziario presentatosi nella loro abitazione.

La regia minimale di Sulla mia Pelle

Ciò che stupisce veramente del film di Cremonini è il taglio crudo e minimale della regia, capace di arrivare, in modo schietto, al nocciolo della vicenda senza grandi virtuosismi tecnici e orpelli narrativi: la storia di Stefano Cucchi si trascina da sola, nella sua lacerante e ineluttabile drammaticità, come se il regista non fosse altro che un medium passivo dello svolgersi ineluttabile dei fatti.

Non vi è musica, se non in qualche sporadica sequenza; la narrazione è fluida, lineare, senza rallentamenti; piani sequenza devastanti sul viso turgido e tumefatto dello sventurato Stefano; si sa già quale sarà la sorte del protagonista, ma non si può fare a meno di seguirla, assorti in una stretta ruvida e feroce attorno al cuore.

Il regista riesce nel difficile intento di creare un’empatia forte verso il personaggio senza ricorrere a moralismi e sentimentalismi.

I dialoghi sono pochi, o meglio, sono scarsi solo sulla bocca di Stefano. Tutti parlano, si rivolgono a lui, gli chiedono come sta, se gli serve aiuto, se ha bisogno di qualcuno, ma Stefano rimane in silenzio, assorto in un mutismo logorante, molto più eloquente di quanto non lo sarebbero mille parole; perché Stefano è convinto che le ferite sul proprio corpo parlino da sole, che bastino quelle a dire la verità, che tutti sappiano ma che preferiscano ignorare.

Sulla mia pelle 2018

A tutti coloro che gli chiedono come si sia procurato quelle ferite, Stefano risponde con una bugia.

“Sono caduto dalle scale”.

Come se la verità fosse una cosa superflua di fronte a quei segni devastanti.

Significativa la scena in cui, al colmo della disperazione, a un agente della polizia penitenziaria, Stefano sbotta:

“Mi hanno menato? Non si vede?”

Stefano preferisce la bugia alla verità perché, attraverso quelle percosse, è stato deprivato anche della sua essenziale umanità: egli perde la fiducia non solo nella giustizia, ma verso tutto il genere umano.

A volte, in preda all’esasperazione, grida la verità a chi gli sta intorno, ma poi se ne pente. A nessuno importa, dice. Inutile dirla, inutile parlare di ciò ch’è già chiaro agli occhi di tutti.

Parallelamente alla perdita di umanità di Stefano, arrivano come un apostrofo sadico le parole della madre del ragazzo che grida al marito: “Noi abbiamo sempre creduto nella giustizia”.

A coadiuvare l’iperrealismo della vicenda, reso ancora più drammatico dall’incredibile trasformazione fisica dell’attore Alessandro Borghi, vi è anche un estremo rigore rispetto alla documentazione dei fatti, forte di una lettura di oltre 10.000 pagine di interrogatori e indagini, oltre che interviste ad amici e familiari, da parte del regista, che danno alla pellicola un taglio anche sottilmente documentaristico.

Nel mettersi nei panni di Stefano Cucchi, la recitazione di Alessandro Borghi è stata soprattutto fisica, attraverso una dieta insostenibile e uno studio approfondito, per mezzo di video e documentari di processi, delle movenze e degli intercalari di Stefano Cucchi, dimostrandosi, secondo il parere del regista Alessio Cremonini, un attore perfettamente all’americana.

Uscito contemporaneamente su Netflix e nelle sale cinematografiche italiane il 12 settembre, Sulla mia pelle si presenta come l’esatta e coerente dimostrazione delle parole di Alessio Cremonini, formatosi, pochi lo sanno, come aiuto regista di Ettore Scola. Secondo Cremonini, il cinema dovrebbe avere “l’ardire di parlare di cose scomode”.

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