Takashi Miike, il mostro poliedrico del regista giapponese

Takashi Miike

Approfondiamo il genio di Takashi Miike, considerato uno tra i cineasti giapponesi più talentuosi di sempre.

Una riflessione sulla violenza nei film di Takashi Miike

Per tutti coloro che si avvicinano per la prima volta al cinema di Takashi Miike, l’esperienza schizofrenica che si respira nelle sue pellicole potrebbe apparire, a tutti gli effetti, come qualcosa di sconvolgente. Già il cinema orientale è, di per sé, un’esperienza estetica particolare, atipica, completamente diversa da qualunque prodotto partorito dalla cultura occidentale: la fotografia eterea e sognante, la narrazione lenta, evanescente, dissolta nel tempo, quasi a riprendere il ritmo interiore e poetico delle grandi produzione classiche di letteratura giapponese, quelle di Rashomon, di Yasunari Kawabata, di Yukio Mishima. 

Guardare una pellicola giapponese richiede uno sforzo intellettuale in più: bisogna  liberarsi di tutti i pregiudizi nostrani su cosa debba avere un film per funzionare perfettamente. Godere della bellezza di un’opera giapponese significa, infatti, entrare in una cultura diversa dalla nostra: sviluppare una diversa sensibilità; osservare il mondo con altri occhi.

Fatta questa premessa, mi sento di poter dire che, per approcciarsi al cinema di Takashi Miike, è necessario fare un ulteriore passo in avanti, perché il suo modo di fare film è identico, e allo stesso tempo diverso, da qualunque altro cineasta giapponese.

Regista prolifico, capace di partorire anche sei lungometraggi all’anno, la produzione filmica di Miike può vantare, a partire dal 1991, oltre un centinaio di opere cinematografiche ed episodi televisivi. 

I film di Miike si distinguono per l’uso di piani sequenza lenti e logoranti, alternati a un montaggio nervoso e ipercinetico che, attraverso un dinamismo schizofrenico, dipanano, con estrema ferocia, immagini di una violenza spaventosa.

Questa violenza è esattamente il tratto tipico dei film di Miike. Essa è presente, in ogni sua produzione, che sia un horror, un noir, un film drammatico o, nel caso di The happines of the Katakuris (2001), addirittura un musical. La violenza dei personaggi è conseguenza naturale delle loro esistenze, un imperativo biologico che alberga profondamente nelle loro vite, un atto spontaneo e necessario come mangiare, respirare, amare o dormire. Quasi fosse parte integrante del regista stesso, come se egli vi avesse stabilito una legame di profonda comunione spirituale, un rapporto zen:

Durante le riprese, la violenza significa amore e armonia. Durante le riprese dei miei film nessuno si è ferito gravemente. La cosa curiosa è che più l’amore è grande, più aumenta la violenza. Ultimamente ho il dubbio che proprio dall’amore nasca la violenza. In altre parole, sono la stessa cosa.

Ed è proprio questa la chiave di lettura che Miike dà alla violenza esasperata dei suoi film: a volte, come nell’incipit di Dead or Alive (1999), di Shinijuko triad society (1995) o di The city of lost souls  (2000), viene presentata in un turbinio allucinato e frenetico di sangue, sesso e colluttazioni, presentati allo spettatore in una sequenza esagitata da videoclip, accompagnata da musiche aggressive; altre volte, come in Audition (1999), la violenza diventa la conclusione naturale di un’amicizia, di un’amore, di una conoscenza che è stata troppo approfondita, o addirittura, come possiamo vedere in Visitor Q (2001), l’estrema catarsi, lo strumento esasperato attraverso cui ritrovare armonia. Nel caso di Ichi di Killer (2001), diventa la formula unica della vita umana, e anche l’unico valore in cui credere per affrontare un’esistenza altrimenti troppo tragica: aspetto deducibile dal titolo del film che prende forma in una pozza di sperma, lo humor nero che assume la stessa funzione della follia pirandelliana. 

Attraverso queste scene, Miike sembra volerci dire che l’uomo non ha radici, che non esiste alcuna stabilità nei rapporti personali, che ogni individuo cerca di sistemarsi nelle relazioni in una continua tensione verso l’altro. Una tensione che non può che risolversi nella violenza, nella distruzione di sé e degli altri: la vera pace, la vera stabilità, l’Eros che diventa Thanatos e trova la sua armonia nell’autoannientamento. 

Siffatta violenza, e tensione drammatica esistenziale, che regola i rapporti umani, reinterpretandola, alla maniera orientale, in una filosofia Zen di estrema comunione tra gli elementi della natura, Takashi Miike la fa assurgere a principio primo che stabilisce l’ordine dell’universo:

La violenza significa amore e armonia.

Tale filosofia è espressa nitidamente nel film Izo (2004), dove un samurai viaggia in diverse epoche storiche seminando ovunque morte e distruzione, mentre un chitarrista ne racconta le gesta crudeli. Realizzare un film in cui, in due ore e dieci, non si vedono altro che uccisioni e squartamenti donando a queste scene un significato filosofica è un impresa in cui soltanto Miike poteva riuscire. 

Impossibile non rimanere colpiti dalla faccia del boss Kakihara che, nell’onirico e allucinato finale di Ichi the killer (2001), sorride rilassata mentre il personaggio precipita da un tetto dopo un combattimento con il killer Ichi. Il masochista Kakihara trova, nella morte inflitta da un killer psicopatico, l’estrema soddisfazione della sua indole masochista.

Difficile, pure, rimanere impassibili quando, in Visitor Q (2001), un visitatore misterioso scatena, in una famiglia disagiata, episodi di violenza incontenibile, facendo ritrovare alla stessa amore e stabilità. Significativa la scena finale, in cui il bambino Takuya giace nella pozza di latte sgorgato dai seni della madre, ringraziando il visitatore che quello che ha fatto per loro.

Di difficile digestione anche la sequenza finale di Gozu (2003) in cui una donna, durante un amplesso con il protagonista Mikami, partorisce il suo migliore amico in una pozza brillante di liquido amniotico, con la sua testa avvolta tra le gambe, liberando la sua esistenza da quella relazione quasi paterna, e facendolo entrare nel pieno della sua maturità sessuale. Il film Gozu è stato girato in quindici giorni e senza sceneggiatura; presentato al festival di Cannes del 2003, ha ricevuto un applauso di circa quindici minuti.

In Sukiyaki western Django (2007), dove Takashi Miike omaggia lo spaghetti western alla maniera giapponese – il Sukiyaki è un tipico piatto giapponese – la violenza è, invece, lo strumento attraverso cui il giovane Django troverà la sua vendetta e raggiungerà la sua maturazione virile. 

A volte, questa violenza diventa l’unica strada possibile per maturare e prendere coscienza delle avversità della vita: nel film Crows Zero (2007), l’adolescente ribelle Genji appena approdato al Suzuran, una scuola superiore in cui diverse gang di studenti si contendono il controllo dell’istituto, dovrà, attraverso un percorso di lotte estenuanti, affrontare tutti i suoi rivali, fino a raggiungere il ruolo di leader.

In un suo aneddoto ricorrente, il regista giapponese racconta che, nel corso della proiezione di Audition, al Rotterdam film festival del 2000, una donna gli si è avvicinata e, visibilmente sconvolta, gli ha gridato: «You’re evil».

La violenza rappresentata nel cinema di Miike risulta, infatti, difficilmente digeribile per i canoni culturali occidentali, persino da parte di personaggi che ne hanno fatto, storicamente, il proprio marchio di fabbrica.

Quando, in un episodio, Marilyn Manson ha esortato Takashi Miike a realizzare un remake statunitense di un suo film, in cui avrebbe dovuto dargli una parte come attore, la rockstar ha precisato immediatamente che la proposta riguardava la regia di un film e non di un video: «Il suo stile è un po’ troppo estremo per i miei video».

In seguito, il regista nipponico ha dichiarato: «Per me fu un vero shock sentire che ero troppo estremo per Marilyn Manson».

Una cosa simile è avvenuta del 2005, quando Miike è stato convocato per girare l’episodio Sulle tracce del terrore della serie televisiva Masters of horror, il suo primo film statunitense, il quale, però, è stato sottoposto a severe censure: 

Quando mi hanno contattato per “Masters of horror”, mi hanno detto più o meno “l’America è un paese libero, puoi fare quello che vuoi”, ma alla fine non hanno nemmeno mandato in onda l’episodio.

I personaggi dei film di Miike, sono spesso persone senza radici e identità, con riferimenti deboli, che trovano nella violenza, nel nichilismo, e nell’annientamento dei loro valori, e dei loro deboli modelli, la soluzione per un miglioramento della loro esistenza. 

Takashi Miike riprende il filone degli Yakuza Heiga, un genere tanto in voga nel Giappone degli anni ’60 e ’70, in cui attraverso i severi codici della mafia giapponese (Yakuza) si tentava di esprimere il senso di smarrimento del secondo dopoguerra, e lo rilegge in chiave drammatico-esistenziale, con Yakuza vecchi, ancora legati alle proprie tradizioni, rimpiazzati da nuove generazioni criminali, vuote e senza valori (Fudoh: the next generation, 1996)  

In Occidente, Takashi Miike è stato definito come il Tarantino del Sol levante, ma è evidentemente un giudizio riduttivo; Miike è certo molto di più, dimostrandosi, a tutt’oggi, l’unico regista capace di dare al gore una connotazione che non sia di puro e sadico intrattenimento, ma anche di riflessione esistenziale sulla natura ontologica dell’uomo. Elemento, questo, che rende Miike un vero e proprio mostro degenere, sia dal punto di vista meramente tecnico stilistico, i suoi tagli frenetici e allucinati, i suoi piano sequenza calmi e drammatici, che da quello relativo ai contenuti.

QUI trovate infine la recensione de L’Immortale (Blade of the Immortal).

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