Torino Film Festival, recensione Wind River: il sangue ghiacciato di Taylor Sheridan

Wind River Film 2017

Presentato al Torino Film Festival 2017 “Wind River”, il nuovo lavoro di Taylor Sheridan, sceneggiatore di “Hell or High Water” e “Sicario”.

Wind River, Jeremy Renner ed Elizabeth Olsen indagano tra le gelide montagne del Wyoming

Qui non si attendono i rinforzi, qui ci si arrangia da soli”. Così l’esperto poliziotto locale – i lineamenti da indio vissuto di Graham Greene – alla giovane agente dell’FBI Jane Banner, giunta nel gelido Wyoming per risolvere un violento caso di stupro e omicidio, affiancata dagli occhi azzurri e dalla mano ferma del cacciatore Cory Lambert. Tutto intorno:  neve, solitudine e segreti di un luogo in cui le contraddizioni all’origine della nascita degli Stati Uniti d’America non sono ancora state risolte, e forse mai lo saranno. Questo è Wind River di Taylor Sheridan, presentato alla 35esima edizione del Torino Film Festival.

Cory Lambert – bene il solido Jeremy Renner – batte le zone alla ricerca di predatori da eliminare. Durante una delle perlustrazioni, trova il corpo ferito e violato di una giovane. Hanno così inizio le indagini coordinate dall’inesperta agente federale Jane Banner – la bellissima Elizabeth Olsen – giunta dalla calda Las Vegas.

Taylor Sheridan, sceneggiatore esperto di ottimi lavori come Hell or High Water e Sicario, firma il suo secondo lungometraggio dietro la macchina da presa, trasferendo le questioni irrisolte già accennate nel film di David Mackenzie dal bollente Texas al gelido Wyoming. Anche qui, la dura comunità vive di regole proprie e risponde soltanto alla legge del più forte. Soltanto il volto segnato dal lavoro e le mani tagliate dalle stagioni che passano, possono guadagnarsi il rispetto altrui. Nulla valgono quindi i dettami della povera agente Banner, costretta ad affidarsi al cacciatore Lambert, anche lui già tradito, in passato, dai mali dell’inverno eterno che cambia l’anima di chi lo vive.

I mali dell’inverno eterno cambiano l’anima di chi lo vive

Wind River sembra sbadigliare nel primo atto, affidato a una regia che ricerca i campi lunghi più dei sentimenti, le urla del vento più delle voci umane. Lontana sembra quindi la tragedia mostrata, zoppicante la seriosità dei personaggi e la durezza ostentata. Il secondo e il terzo blocco, tuttavia, si rivelano per sterzate improvvise e guizzi inaspettati – su tutti il notevole mexican standoff tra la polizia locale e i sospettati dell’omicidio – lasciando, mano mano, trasparire ottime idee di cinema, su fino al finale convincente.

Certamente Taylor Sheridan conosce il mestiere del cinema. Innegabile è la sua capacità di mostrare le dinamiche sottili dei rapporti locali, gli equilibri vacillanti di una comunità malata al suo interno, che può risolversi soltanto nella comune sofferenza umana. In questo senso, similmente a Hell or High Water, sono i dialoghi la forza dell’autore statunitense, vero e proprio marchio di fabbrica. Meno efficace, e duole dirlo, è il lavoro dietro la macchina da presa. Lo stile scelto è spesso piatto e vagamente anonimo, e tende a depotenziare una scrittura precisa e calibrata, insinuando il dubbio che il medesimo copione affidato a mani più esperte, avrebbe portato a risultati migliori.

Wind River si offre, ad ogni modo, come un lavoro riuscito, che si svela lentamente fino a esplodere in una inaspettata violenza fortemente cinematografica e che fa ben sperare nei prossimi lavori di un cineasta di talento.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Ti potrebbe piacere anche..

News categoria
Leggi ancora

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi