The Handmaid’s Tale, ovvero quando il sonno della ragione genera mostri

The Handmaid's Tale Hulu Serie Tv

Sono stati diffusi i primi tre episodi di The Handmaid’s Tale, serie tv straziante ma allo stesso tempo considerata già tra le più belle della stagione.

Tha Handmai’s Tale, la serie tv che inizia laddove finisce la decenza umana

Immaginate di svegliarvi un giorno e di non avere più un nome, un lavoro, un conto in banca. Immaginate poi di essere circondati da persone convinte di potervi togliere i vostri figli e separare dal vostro compagno o dalla vostra compagna. Immaginate infine di non poter neanche immaginare, perché il vostro corpo e la vostra mente sono ormai sotto il controllo di un gruppo di uomini e donne totalmente invasati da ideali malati e bigottismo feroce. Ecco, adesso auguratevi che non vi accada mai nulla del genere, ma ricorrete comunque alla vostra immaginazione per poter anche solo lontanamente percepire il disagio provato dalle protagoniste di The Handmaid’s Tale.

La serie tv statunitense ideata da Bruce Miller è disponibile sulla piattaforma Hulu dallo scorso 26 aprile. O meglio, ad essere disponibili finora sono solo i primi tre episodi, ma tanto è bastato a far sì che aumentassero di ora in ora i consensi per quella che si preannuncia essere una delle opere seriali meglio riuscite di sempre.

Negli anni non sono certo mancate, soprattutto in letteratura, opere di carattere distopico, capaci di appassionare persone di ogni età. Ebbene, anche la serie tv The Handmaid’s Tale è tratta da un romanzo, Il Racconto dell’ancella, scritto nel 1985 da Margaret Atwood. E chissà se la poetessa e scrittrice canadese, nota per le sue numerose attività a favore del femminismo, avrebbe potuto immaginare un prodotto, come quello di cui parliamo in questo articolo, così ben fatto e fedele alle parole da lei scritte trenta anni fa. Di certo, a goderne saranno soprattutto coloro che, vuoi per estrema sensibilità o semplicemente per un pizzico di sagacia in più, sapranno cogliere ogni sfumatura di The Handmaid’s Tale.

Un distopico (ma non troppo) mondo che divide le donne in “sante” e “puttane”

Brutale, feroce, inumano, spietato: sarebbe infinita la lista di aggettivi attribuibili al comportamento che nella serie tv diventa proprio del regime misogino ed estremista a capo di quelli che un tempo erano gli Stati Uniti d’America. The Handmaid’s Tale viene definita come un’opera “distopica”, laddove per “distopico” si intende qualcosa di anomalo rispetto alla realtà. Ma siamo davvero sicuri che tutto ciò che viene raccontato, episodio dopo episodio, non possa in fondo rappresentare un’attendibile estremizzazione di ciò che ci ritroviamo a vivere nel presente?

Siamo messi quotidianamente di fronte a casi di cronaca pronti a sbatterci in faccia quanto la nostra società presenti ancora un’impronta fortemente patriarcale. Sondaggi e indagini ci informano in maniera costante di quanto le donne non facciano più figli oppure li facciano troppo tardi, quando l’orologio biologico sembra aver consumato le proprie lancette. E se a volte la colpa è delle donne perché troppo interessate alla carriera e alla propria emancipazione, altre volte è colpa dell’omosessualità, individuata dalle “sentinelle in piedi” come causa primaria di un’eventuale estinzione umana.

Non bisogna poi spostarsi di tanti chilometri per arrivare lì dove una donna viene ancora uccisa per adulterio, per “tradimento di genere” o chissà quale altro atteggiamento considerato abominevole. E ancora, non bisogna certo tornare indietro di chissà quanti anni per riportare alla mente casi in cui la follia umana ha avuto modo di dimostrare tutta la propria sconfinatezza. Semplicemente, a cambiare con gli anni è il soggetto sul quale vengono sfogate le più perverse frustrazioni dell’essere umano, e nessuno potrebbe poi considerarsi così tanto al sicuro.

In The Handmaid’s Tale a pagare le conseguenze di tale follia sono tutti gli esseri umani appartenenti al genere femminile, di categoria “fertile”. Non vengono neanche più definite “donne”, in quanto ormai considerate esclusivamente come un mezzo per ripopolare il mondo in un momento in cui il numero di nascite rasenta lo zero ed un altrettanto elevato numero di “esseri umani appartenenti al genere femminile” scopre di rientrare nella categoria “sterile”. Ed è proprio in base a queste categorie d’appartenenza che vengono marchiate le donne: quelle fertili sono vestite di rosso, le sterili di verde.

Devono essere riconoscibili, ed in base al colore delle proprie vesti si diventa giudicabili agli occhi degli altri: chi è vestita di verde rappresenta una disgraziata a cui Dio ha voluto negare l’unico motivo per cui è stata messa al mondo; chi è vestita di rosso non rappresenta altro che una puttana che deve sentirsi costantemente debitrice a Dio per il dono ricevuto, quello della fertilità.

Saranno proprio queste ultime a ricoprire il ruolo delle ancelle, affidate in maniera individuale alle coppie che non possono avere bambini. Si sostituiscono alla donna sterile, creando con loro un’empatia fisica che punta ad una totale fusione corporea nel momento finale del parto. A questo punto qualcuno potrebbe erroneamente far riferimento alla pratica dell’utero in affitto, ma la realtà è che a queste donne, le ancelle, ma in fondo anche alle loro “padrone” (o mogli, come vengono definite nella serie tv), viene annullata ogni traccia di dignità.

Non hanno libertà di parole e di pensiero, vivono costantemente nella paura di sbagliare, nel pronunciare una determinata frase o nel muovere un passo in una direzione non consentita. E se qualcuna di loro riesce a rimanere incinta, viene “premiata” con un gelato, neanche fosse una cagna da tenere a bada con una ricompensa.

Elisabeth Moss e Alexis Bledel sono June e Ofglen, il “noi” che si ribella al “loro”

Così vive June, la donna che impariamo a conoscere sin dalle prime scene di The Handmaid’s Tale. La sceneggiatura ci permette di entrare in contatto con il suo presente, attraverso la voce del suo pensiero (l’unica cosa in lei a godere ancora di libertà), ma anche con il suo passato, attraverso i flashback che ci vengono spesso mostrati. June si culla costantemente nei suoi ricordi, a volte per far tornare alla mente i bei momenti trascorsi con sua figlia Hannah e con suo marito Luke, altre volte per ricordare le verità oggettive che gli altri tentano di offuscare, ed altre volte ancora per tentare di comprendere in quale maniera si è giunti a quel livello di tirannia.

A questa domanda trova risposta attraverso il principio della rana bollita, lì dove al posto dell’anfibio c’è l’essere umano e al posto dell’acqua la sua libertà individuale. La pentola nella quale si trova il liquido non è invece altro che la mano dei tiranni che, proprio come la temperatura che sale senza che l’animale se ne accorga o reagisca, priva l’uomo della sua libertà, pezzetto dopo pezzetto, fino al momento in cui questo si renda conto di non avere più alcun potere decisionale e di azione.

Questo è successo a June e alle altre ancelle che condividono con lei questa terribile esperienza. Tra queste abbiamo già avuto modo di conoscere Ofglen (Alexis Bledel), Moira (Samira Wiley) e Janine (Madeline Brewer). Le prime due, interpretate in maniera impeccabile da Alexis Bledel e Samira Wiley sono sì due donne fertili, ma macchiate dall’imperdonabile “abominio” dell’omosessualità.

Proprio Alexis Bledel ha dato vita ad un’interpretazione di una credibilità pazzesca nel finale del terzo episodio. Al momento però, la più bella sorpresa di The Handmaid’s Tale è Elisabeth Moss, tornata a recitare in una serie tv dopo i ruoli di Peggy Olson in Mad Man e Robin Griffin in Top of the Lake.

E se proprio nella tagline di Top of the Lake, apparivano le parole “Un luogo straordinario. Un crimine straordinario“, in The Handmaid’s Tale tutto è straordinario tranne il luogo, non troppo distante dalla concezione di ogni campo di concentramento noto alla collettività, ed il crimine, da considerarsi meramente come il frutto di un profondo sonno della ragione.

Da Bob Marley ai Simple Minds: la colonna sonora spezza ogni equilibrio emotivo

Nella serie tv c’è la fobia del gender, c’è la legge marziale, c’è lo stupratore dato in pasto alla rabbia delle persone, come al meglio evidenziato nella cruda scena in cui il “peccatore” viene lasciato nelle mani (e nei piedi) delle ancelle, forse colpevole non tanto per aver violentato una donna, quanto piuttosto per il fatto di averle fatto perdere il bambino. Ed anche quest’ultimo brutale aspetto viene sottolineato dalla seduta di gruppo in cui una ragazza confessa di aver subito un abuso e tutte le altre devono puntarle il dito contro, sputandole in faccia la menzogna secondo la quale sarebbe lei l’unica responsabile di quanto accadutole.

Nella serie tv tutto si riduce a simboli elementari, a discorsi sul tempo atmosferico e sulla spesa da fare, poiché non c’è altro a cui pensare se non l’atto della riproduzione, che non concerne né amore né pietà. Non ci si può fidare di nessuno e, come in un 1984 qualsiasi, non si conosce la vera faccia di chi ci circonda. Anche lo spettatore non ha ancora modo di comprendere se esista o meno un briciolo di umanità nella signora Waterford (Yvonne Strahovski) o quali siano le reali intenzioni di suo marito, il Comandante, nei confronti di June. Ci si chiede poi quale ruolo possa avere Nick (Max Minghella) in tutto questo e fino a quale brutale punto si possa spingere “zia Lydia” (Ann Dowd) che, in quanto a bestialità, ricorda quasi la Septa Unella di Game of Thrones (Shame!).

Da sottolineare è poi la colonna sonora della serie tv. In ciascun episodio di The Handmaid’s Tale la tensione trabocca dalla prima all’ultima sequenza e si ha la perenne sensazione che qualcosa di ancor più tremendo stia per accadere di fronte ai nostri occhi. Ed ecco che allora arrivano a spiazzarci i brani scelti per accompagnare alcune scene o chiudere le varie puntate. Togliendo la dolcezza di Three Little Birds e quel “every little thing gonna be alright” cantato a se stessa e alla sua bambina da Janine, a smuovere finora l’emotività dello spettatore sono state soprattutto Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds come chiusura del primo episodio, Heart of Glass di Blondie come sottofondo alla scena della guerriglia urbana e Waiting for Something di Jay Reatard scelta per accompagnare lo straziante sclero di Alexis Bledel nel finale del terzo episodio.

Una serie tv che non può lasciare indifferenti, un pugno nello stomaco ma allo stesso tempo una gioia per gli occhi di chi nota e osserva anche gli aspetti tecnici dell’opera. Per scoprire se (e come) le ancelle sopravvivranno a questo atroce incubo, non ci resta che attendere i nuovi episodi di The Handmaid’s Tale. Solo così conosceremo il futuro delle sue protagoniste e soprattutto comprenderemo sino a quale livello di riuscita e di bellezza si voglia spingere questa novità, inaspettata quanto attesa, dell’universo seriale.

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