The Happy Prince, la recensione del film: l’ultimo ritratto di Oscar Wilde

the happy prince

La recensione di The Happy Prince, il film diretto e interpretato da un Rupert Everett lungo l’onda del romanticismo perduto.

Rupert Everett protagonista e regista di The Happy Prince, la romantica fine di un genio

Aveva talmente tanta voglia di interpretare un ruolo splendido che, alla fine, Rupert Everett ha scelto di cucirselo addosso, su misura.

È questo uno degli elementi che caratterizza la genesi di The Happy Prince, L’ultimo ritratto di Oscar Wilde, il film scritto e diretto dall’attore britannico, in sala da domani, 12 aprile.

Un romantico e relittuoso Oscar Wilde

Sarebbe stato facile impersonare l’Oscar Wilde dei suoi tempi d’oro quando era il mondo a girare intorno al famoso scrittore e non il contrario. Invece Everett getta volontariamente il fuoco sulla sua parabola discendente, affinché di Wilde si possa cogliere la vena autodistruttiva, relittuosa, sicuramente romantica, degli ultimi anni della sua vita.

È il 1897 quando termina la prigionia di Wilde. È stato condannato due anni prima per esplicita violazione del Criminal Law Amendment Act, ovvero per omosessualità. È stato lui stesso a causare la sua sciagura, affrontando un processo con l’atteggiamento di chi si sente immortale, senza sottrarsi al tribunale, senza pensare di scappare altrove, perché a quel tempo Wilde era talmente tanto famoso da aver perso la consapevolezza della realtà e della sua posizione nel mondo. Gli viene commutato il massimo della pena, l’isolamento e i lavori forzati. Oscar Wilde va in prigione quasi convinto della necessità di scontare la sua punizione, la sua crocifissione, per arrivare infine a risorgere da quell’esperienza.

Ne esce invece distrutto. Senza amici, senza soldi, senza più ispirazione.

In quegli ultimi anni della sua vita Wilde è confinato ai margini. Rivive la sua vita passata attraverso i suoi ricordi; subisce ancora l’amore condiviso con Lord Alfred Douglas (Colin Morgan), origine di gran parte delle sue sventure, insegue lo strascico dell’amore di sua moglie Constance (Emily Watson), si abbandona al solo conforto dei suoi grandi ed unici amici fidati, Robbie Ross (Edwin Thomas) e Reggie Turner (Colin Firth). Saranno gli unici che gli resteranno accanto fino alla fine.

Il ritratto cercato da Rupert Everett è malinconico ma profondissimo. In esso vi si legge tutta la profonda conoscenza ed affezione che l’attore-regista ha maturato per il suo Oscar Wilde. Guardandolo, torna in mente l’omaggio recente di Stanley Tucci ad Alberto Giacometti in Final Portrait che, come Everett, ha scelto di concentrarsi sulla parabola discendente di un genio, lì dove si sono ormai cristallizzati gli eccessi e i dolori, ed è quasi impossibile intervenire sulle mancanze.

Da The Judas Kiss a The Happy Prince

The Happy Prince è un film costruito in otto anni. Ha sofferto il male comune di numerose opere cinematografiche: la mancanza di fondi. La prima pietra arriva con il produttore Jörg Schulze, convinto che la sceneggiatura di Rupert Everett sia “una delle migliori mai lette prima”. Costruito il primo impianto produttivo del film, assolutamente tedesco, giocò un ruolo fondamentale la performance dello stesso Everett nella produzione di Robert Fox, The Judas Kiss, la commedia di David Hare che ritraeva proprio due dei momenti più critici della vita di Oscar Wilde. La critica ne fu entusiasta. E questo diede coraggio alle produzioni britannica e belga, che si unirono entrambe al finanziamento di The Happy Prince. Ultima la Palomar nostrana. Trovati i fondi, a Rupert Everett non restò che studiare la sua prima regia.

È stato molto preciso, Everett, nel tracciare le linee registiche di The Happy Prince: da una parte il teatro, dal quale si è fatto guidare per numerose scene in interno; dall’altra l’influenza estetica di Visconti, pensata soprattutto in funzione di Lord Alfred Douglas, un alter ego rivisitato del Tadzio di Una Morte a Venezia (Rupert Everett non fa mistero che sia uno dei suoi film preferiti); senza tralasciare le fonti di ispirazione pittorica, prima fra tutte quella di Monet e Toulouse Lautrec, vive e vibranti proprio sul finire del XIX secolo.

Un film in costume, attuale ed europeo

Ne risulta un’opera che appare tutto meno che il lavoro di un novellino.

Una co-produzione europea, prima di tutto, che raccoglie professionalità ampie: i costumi italiani, le musiche del franco-libanese Gabriel Yared, il montaggio e le scenografie britanniche, rispettivamente di Nicolas Gaster e Brian Morris. E poi i luoghi, disseminati tra il Belgio, la Germania e la nostra Napoli.

The Happy Prince è un film completo, nei temi e nella sua costruzione. Romantico e tenero.

E paradossalmente, con le sue atmosfere d’altri tempi affronta, più di molti altri, importanti ed attualissime realtà.

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