The Other Side of the Wind, recensione: disponibile su Netflix il film di Orson Welles

The other side of the wind Orson Welles Netflix 2018

Netflix ha anticipato il regalo di Natale a noi cinefili, distribuendo il 2 novembre il film The Other Side of the Wind di Orson Welles. 

The Other Side of the Wind, un film che parla di un film

L’enfant prodige che non ha bisogno di presentazioni, negli anni 70’, dopo un lungo esilio, torna ad Hollywood e inizia a lavorare ad una pellicola. Da allora riuscì a girare oltre 100 ore di film ma, a causa delle difficoltà finanziare, non concluse mai il progetto. Dopo la sua morte nel 1985, il film è rimasto in eredità all’ultima moglie del regista, Oja Kodar, e nel 2007 Peter Bogdanovich inizia a lavorare sulla pellicola incompiuta per portare a termine il progetto, che verrà prodotto da Frank Marshall. Il film ha avuto altri problemi oltre quelli economici: il canale che doveva distribuirlo, Showtime, abbandona il progetto prima della fine, ma nel 2016 Netflix contratta per continuare il lavoro. L’opera debutta così il 31 agosto 2018 alla 75esima mostra internazionale del cinema di Venezia, e il 23 ottobre a Napoli alla rassegna Venezia a Napoli: il cinema esteso al cinema Astra. 

The Other Side of the Wind è un mokumentary a colori e in bianco e nero, che racconta la storia di un regista, Hannaford (John Huston) che rientra ad Hollywood dopo il suo esilio di volontariato in Europa, e cerca di concludere il suo ultimo film innovativo. Il cast che ha scelto Orson Welles è di altissimo livello, tra attori e registi: John Huston, Peter Bogdanovich, Joseph McBride, Oja Kodar, Dennis Hopper, Claude Chabrol nei panni di se stesso e molti altri. 

Il falso documentario inizia con la voce narrante di Otterlake (Peter Bogdanovich) che racconta, dopo anni di silenzio, della morte del suo amico regista, Hannaford e del suo film inconcluso chiamato The other side of the wind, e realizza questo documentario grazie a delle fonti ritrovate. 

La breve intro è essenziale per lo spettatore, serve per capire il caos che arriva dopo i titoli di testa. Tante immagini iniziano ad affollare lo schermo, diverse inquadrature di primi piani e dettagli, carrellate veloci, voci che si accavallano, personaggi che si presentano alla telecamera, che urlano e corrono, come se ci trovassimo su un set di Fellini. Tutte queste scene frenetiche, che si muovono in parallele e alternate, portano tutti i personaggi ad un unico traguardo: la festa di Hannaford per vedere il suo ultimo film.

Un film testamento e premonitore

Ci sono una marea di riferimenti autobiografici nel film, e il protagonista è chiaramente un alterego di Orson Welles. IL rapporto omosessuale tra Hannaford e Otterlake non viene esplicato dai personaggi, è sotterraneo, ma ben inteso da chi visiona, attraverso i dialoghi e le provocazioni della giornalista Juliette Riche (Susan Strasberg), e le interazioni che ci sono tra i due. Uno studioso, David Thomson sostiene che Orson Welles aveva un rapporto che andava oltre la semplice amicizia con un suo produttore, John Houseman. Quando il regista si rese conto della situazione, per paura di scoprire questo lato di sè, decise di rompere quest’amicizia. 

La giornalista Juliette Riche è un chiaro riferimento ad una nota critica cinematografica, Pauline Kael.  

Per non parlare dello stile, chiaramente nelle precedenti pellicole del cineasta. Il film è volutamente di difficile comprensione, questo caos illogico e frammentario non è altro che la realtà del mondo del cinema, come accenna il protagonista nel film: “L’universo non sarà mai logico”, e rispecchia anche il genio sregolato e atipico di Orson Welles. Per quanto uno si sforzi di immaginare spiegazioni, non esistono copioni per poter accertare nulla di quello che si dice e si afferma su questo film, lo stesso Hannaford/Orson Welles non aveva un copione per il suo ultimo flavoro, ma solo scene girate senza un vero montaggio.

Il metafilm ha un intreccio concentrico e premonitore: un film incompiuto, che parla di un film incompiuto, entrambi astrosi e lavorati dopo un lungo esilio, dove entrambi i registi non hanno lasciato un copione, montate e concluse da un amico regista, Otterlake/Bogdanovich.

Immergersi nel movimento della cinepresa, in quei giochi di luce ed ombre che sono una caratteristica della regia di Welles, quei primi piani che scrutano il dettaglio, sono un godimento per gli occhi, sembra di camminare e vivere in quella reatà, che tanto attrae quanto spaventa. Orson Welles ha avuto così il suo ultimo film ed il suo testamento post-mortem.

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