The Post, recensione del film che porta al cinema il trio stellare Spielberg-Hanks-Streep

The Post film 2018 con Meryl Streep e Tom Hanks

Meryl Streep e Tom Hanks sono i protagonisti di The Post, nuovo film di Steven Spielberg. Una storia di coraggio e fame di verità, al cinema dal 1 febbraio.

The Post, tre giganti del cinema per una corsa all’Oscar più viva che mai

Quando si parla di Steven Spielberg capita che giunga alla mente un’immagine evanescente, quasi senza età. Nei minuti che han preceduto la conferenza milanese di The Post, qualche addetto ai lavori si è confrontato sugli ipotetici dati anagrafici del regista: “Ci arriva a cinquant’anni?“, chiedeva uno, “Ma certo, ne avrà sessanta“, rispondeva l’altro, e così via. In realtà, quello che tranquillamente si può appellare come lo “zio” Steven, conta la bellezza di 71 primavere. Ben quarant’anni sono invece trascorsi da Lo Squalo, film che gli ha permesso di calamitare l’attenzione internazionale su di sé. Da quel momento si sono susseguiti successi cinematografici capaci di entrare nel cuore della gente e di abbracciare intere generazioni. Steven Spielberg non è “passato”, non è “futuro”: è “presente”, sempre e comunque. Immortale, in definitiva.

Discorso simile per Meryl Streep e Tom Hanks: loro due, uniti al regista americano, vengono amati indistintamente da giovani e meno giovani. Non male in un’era in cui escono fuori nuovi attori come fossero funghi. Tre leggende, nove premi Oscar in totale: loro saranno al cinema dal 1 febbraio con The Post.

Un uomo così attento all’impegno civile quale è Steven Spielberg, non perde mai l’occasione di raccontare le gesta di un eroe. Questo non necessariamente indossa un mantello o salta sui tetti per rincorrere i delinquenti, anzi, quasi sempre ha le sembianze di un comune mortale ed è caratterizzato più da difetti che da pregi. Nel caso di The Post ad essere evidenziata è la forza di una figura femminile, quella di Katharine Graham. La donna potrebbe essere vista come una eroina dei tempi nostri, eppure le sue “gesta” risalgono agli anni ’70, quando cioè diventò direttrice del Washington Post. Una responsabilità non certo leggera, ereditata a seguito della morte di suo marito, Philip Graham, avvenuta per suicidio.

Un peso che la donna ha saputo ben portare sulle spalle, a tal punto da arrivare a vincere il Pulitzer nel 1998, tre anni prima di lasciare questo mondo. Nelle circa due ore di film assistiamo alla sua crescita, non eccessiva e neanche troppo veloce e forse proprio per questo assai veritiera. Nonostante l’inaspettato carico professionale da gestire, la donna mantiene intatta la sua spiccata mondanità, rimane una signora da festini e tè con le amiche. Ma se nelle prime sequenze dell’opera percepiamo il suo sentirsi come un pesce fuor d’acqua, verso il finale la vediamo prendere in mano il destino non solo della sua azienda ma, addirittura, del mondo intero. Un piccolo gesto, un “However” quasi sussurrato che corrisponde ad un grande passo per mantenere viva la libertà di espressione dentro e al di fuori dei confini americani.

Un giornalismo che non c’è più racconta il lato buio dell’America

Steven Spielberg riesce a tenere l’attenzione dello spettatore concentrata proprio Katharine. Lo fa soprattutto sfruttando le voci fuori campo e mantenendo allo stesso tempo l’inquadratura fissa sul volto della donna. Scrutiamo così sul suo volto i segni di un dramma per cui non ha avuto neanche il tempo di versare la giusta quantità di lacrime. Ma ben presto sul suo viso non vi è più paura, bensì la consapevolezza di poter tenere testa al proprio compito e di superare anche le più rosee aspettative.

Il personaggio interpretato da Tom Hanks rappresenta invece la “scheggia impazzita” di The Post. Vuole assolutamente essere protagonista dell’editoria statunitense ed è pronto a tutto pur di raggiungere tale obiettivo. Porta ironia in ogni sequenza del film e gli amanti del giornalismo vecchio stampo (quello in cui ci si sporcava le mani d’inchiostro, per intenderci) lo guarderanno con ammirazione me anche con una massiccia quantità di nostalgia, e questo perché si avrà la sensazione di trovarsi di fronte ad un qualcosa che non c’è e non ci sarà più, a cominciare dalle redazioni tipiche di quegli anni.

Non è la prima volta che al cinema si narra la fame di verità che è arsa nel cuore di giornalisti spesso finiti a fare i conti con un muro di omertà ed ipocrisia. Pensiamo a The Truth, allo stesso modo legato alla Presidenza degli Stati Uniti, o a Il caso Spotlight: film di denuncia che fanno sempre bene al cinema, alla memoria comune e alla libertà individuale degli esseri umani. Difficile che The Post replichi la vittoria di Spotlight agli Oscar, non tanto per demerito suo quanto per assoluto merito di altre opere in corsa per la statuetta, su tutte Tre Manifesti a Ebbing, Missouri.

Vi lasciamo con il trailer ufficiale del film:

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