The Punisher, recensione e trama della serie Netflix: la lunga guerra di Frank Castle

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Una lotta senza tregua contro un passato corrotto, fardello patologico di un futuro assolutamente indecifrabile. A seguire, la recensione di The Punisher.

The Punisher, la trama della serie TV Marvel: bentornato, Frank Castle!

L’ideazione di una serie televisiva stand alone dedicata al Punitore – sulla scorta delle recenti produzioni legate agli altri membri dei Defenders – ha permesso, a pubblico e critica, di seguire una nuova linea narrativa. La trama ad essa correlata, caratterizzata da molteplici momenti chiave, è il trionfo di un giustizialismo personale nei riguardi di un sistema corrotto, preoccupato più per il risultato che per le conseguenze a medio e lungo termine.

Si assiste, così, all’entrata in scena di un Frank Castle letteralmente a pezzi. Ossessionato da rimorsi e turbamenti, il marine si ritira a vita privata accantonando il mito di The Punisher, che tante malefatte aveva debellato a suon di proiettili. Barba, capelli lungi e un nuovo nome, Pete Castiglione; il vigilante tenta di riabbracciare una parvenza di normalità con la manovalanza, ma questo “idillio” alquanto precario si sgretola quasi subito.

Una farsa istituzionale

Intercettato da Micro, un analista dell’NSA, viene a conoscenza di un’agghiacciante realtà dei fatti: lo sterminio della famiglia di Frank Castle è l’effetto collaterale di un complotto partorito dalla CIA. Omicidi e traffici di eroina a largo spiano, supportati da una squadra d’assalto comprendente lo stesso Castle, braccio armato di numerose operazioni sanguinarie dirette dallo spietato Rawlins.

La bruciante verità dietro l’operazione Cerbero scombussola il protagonista principale indirizzandolo verso un regolamento di conti senza soluzioni di continuità. Sebbene David Lieberman provi a reprimere il suo proposito di vendetta, Frank comprende che la posta in gioco è troppo alta: insomma, occorre agire e fare piazza pulita, una volta per tutte. L’escalation che ne segue abbraccia un campionario di alleanze e tradimenti piuttosto vasto; e  fa comprendere – qualora ce ne fosse bisogno – l’importanza del termine guerra per un soldato destinato a rimanere tale vita natural durante.

Recensione dello show Netflix: il lato oscuro della medaglia al valore

Rabbia. Paura. Violenza. Onore. Il mix perfetto per una serie TV che si candida ad essere uno dei migliori titoli dell’anno. Per quanto avventata, tale considerazione si sorregge su basi solide frutto – e non potrebbe essere altrimenti – dell’intuizione di Steve Lightfoot, fra i produttori esecutivi dello show Netflix. Plasmare, su un ineccepibile Jon Bernthal, il fatalismo della controparte fumettistica Marvel concepita da Gerry Conway (che va a braccetto col macabro modus operandi introdotto da Garth Ennis) è stata una scelta vincente. Ciò, infatti, ha permesso di polarizzare storia principale e trame parallele in un lungo iter lastricato di furore bellico.

Karen Page, Dinah Madani e l’ambivalente Billy Russo consolidano un simile canovaccio permeandolo con una tragicità profonda, se non addirittura disturbante. Per non parlare, poi, dei virtuosismi stilistici impiegati per confezionare una regia matura, performante, talvolta eccessiva ma mai stucchevole. L’utilizzo di inquadrature innovative (in parallelo con un montaggio multidirezionale di elevato impatto scenico) impreziosiscono il lavoro svolto consacrandolo come un’eccellenza del settore.

In conclusione, The Punisher svolge il suo compito alla perfezione e definisce un nuovo standard di riferimento. La giostra emozionale che ne segue l’andamento trascina l’utente facendogli vivere le terribili criticità di un apparato istituzionale indifferente al concetto di pietà. Il quale, alla fine della fiera, sarà consapevole della spregevole duplicità di qualche medaglia al valore, uno stendardo intriso di sangue e foriero di scelleratezze sparse.

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