The Wife – Vivere nell’ombra: recensione del film con Glenn Close e Jonathan Pryce

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Esce il 4 ottobre nelle sale The Wife – Vivere nell’ombra, un film diretto da Björn Runge, con Glenn Close e Jonathan Pryce.

Glenn Close punto di forza di The Wife

È nell’interpretazione di Glenn Close, nel suo sguardo penetrante tanto quanto sfuggente e sottilmente ambivalente o nel suo ghigno che aspira ad essere un sorriso di circostanza, il punto forte del film The Wife. È proprio nella scala di grigi recitativa dell’attrice che ritroviamo quel risentimento taciuto per così tanto tempo e tutti quegli anni passati nell’ombra, cercando di convincersi che fosse possibile non avere rimorsi, inglobata in una relazione intima fino a diventare claustrofobica e a tratti perversa.

In The Wife, basato su un romanzo di Meg Wolitzer, Glenn Close veste i panni di Joan Castleman, moglie del famoso romanziere americano Joe Castleman (un Jonathan Pryce un po’ sotto tono), insignito all’inizio del film del premio Nobel per la letteratura.

Il conferimento di tale onorificenza spezzerà una fragilissima armonia matrimoniale che si è retta negli anni in un gioco delle parti, in una illusione di equilibrio inverso, in una “collaborazione” nella produzione artistica molto poco simmetrica.Colpisce in senso negativo come debba intervenire un deus ex machina così dirompente come il Nobel per rendere manifesta la distorsione di un tale rapporto, del quale il regista è competente nel mostrarci tutte le crepe e le incrinature che il tempo ha determinato, soprattutto in una relazione dalle fondamenta così mal radicate.

Sterilità creativa e distruttività esistenziale

Il film, diretto dal regista svedese Björn Runge, ci mostra anche come la sterilità creativa porti a comportamenti profondamente egocentrati e al tradimento, alla distruzione esistenziale, in una realtà che è già falsificata da principio. L’arco narrativo del protagonista maschile (nel film compaiono flashback dell’inizio della relazione fra lui, professore già sposato e una giovane studentessa, Joan appunto) sembra una linea piatta, le cui uniche grinze vengono dalla vecchiaia e dalla perdita di appeal, non dalla capacità di muoversi da un modus operandi infantile e debole, quanto dannoso.

D’altro canto il film rappresenta una pulsione alla produzione artistica tutta femminile che rielabora, anche in modo troppo maturo e materno, gli “errori” del partner nelle sue opere, incanalandovi le sue aggressività e il suo dolore.
Una relazione su tutti i piani radicata nell’inganno quella tra Joe e Joan, intrisa di melanconia e di scarsa comprensione reciproca.

La complessità dei giochi di ruolo

Efficace l’interpretazione di Christian Slater come Nathaniel Bone, aspirante biografo di Joe Castleman, che in una scena in un bar con la Close la mette alle strette, ponendola al corrente che il suo segreto non è più tale e che ha intenzione di renderlo pubblico. Significativa la risposta a tale provocazione di Joan (la Close) che gli intima di non dipingerla come una vittima e sottolinea di essere molto più interessanti e sfaccettati di come lui vorrebbe descriverli. In questo scambio di battute sulla complessità dei ruoli e dei rapporti (vittima/carnefice, creatore/ispirazione, moglie/marito) sta il fulcro di The Wife.

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