Uno sguardo critico: il cinema al tempo dei social network

Il cinema al tempo dei social network

Da quando esistono i social network, l’universo cinematografico è stato oggetto di un costante mutamento. Analizziamolo, evidenziando gli aspetti che hanno reso l’arte del cinema ancora più “popolare”.

Enfatizzazione e indiscrezioni: quando il cinema “rimbalza” sui social

Viviamo in un’epoca in cui chiunque potrebbe permettersi di dire la propria, anche senza avere alcuna conoscenza dell’argomento. La libertà d’espressione, insieme alla possibilità concessa dai social network di condividere qualunque momento e pensiero quotidiano, ha permesso anche ai bambini, ai neofiti, e a chi non si è mai interessato di certe cose, di assurgere a esperti di cinema, politica, diritto costituzionale, e di parlare di eventi storici importanti, come se li si avesse vissuti in prima persona, o si fossero effettuati studi approfonditi a riguardo.

L’abbiamo visto con i recenti fatti di cronaca politica, rispetto ai quali, sui social, gli utenti hanno espresso le più grottesche e disparate opinioni, spesse volte formulate in maniera grossolana e approssimativa; ma lo stiamo vedendo, in modo ancora più cristallino, nel mondo dell’arte e dello spettacolo, che sono uno specchio della nostra realtà sociale molto più di quanto non lo siano la politica e le istituzioni, che ne costituiscono spesso imitazione e inganno.

Non appena la notizia di un nuovo film divampa nel mondo di internet, spuntano sistematicamente meme che ne anticipano, e spesso deridono, le scene, e recensioni alla buona, in cui si azzarda quale possa essere la qualità di una nuova produzione cinematografica. Il meme, ossia un’imitazione, un’unità stereotipata e banalizzata di un modello culturale: sui social ne vediamo tanti.

Questo modo di fare “notizia”, basato su frammenti di trailer, notizie sommesse sottratte da qualche blog, o soffiate da qualche dichiarazione fugace del regista, costituiscono la principale materia prima di quella maniera di comunicare social che si è propagata tra blogger, youtuber e opinionisti del web. Un modo di esprimersi che ha sicuramente reso più immediata l’informazione: l’ha resa più libera, spontanea, efficiente, ma ha, allo stesso modo, smontato l’informazione dei suoi elementi più professionali, abbassandola al livello del web e della pluralità eterogenea di opinioni che vi circolano. Così come alcuni programmi televisivi, in cui si improvvisano inchieste giornalistiche, hanno banalizzato il giornalismo professionale.  

Il caso più recente è quello del film It (2017), di Andy Muschietti, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. Non appena hanno incominciato a girare le immagini dell’attore Bill Skargard, nei panni del celebre pagliaccio, il suo ghigno diabolico ha attraversato tutto il web come un virus che imperversa in ogni angolo del mondo. La frasi: Vuoi galleggiare?, Pronto a galleggiare?, Vieni al cinema a galleggiare! si sono moltiplicate con un furore metastatico, in tutti i social: Facebook, Instagram, Twitter, come se il film di Muschietti avesse preso vita propria, e come se, ancora prima di essere viste, le scene fossero state montate ad arte da Zuckerberg stesso, prima di divenire parte dell’universo Facebook.

La gente è accorsa al cinema conoscendo già le scene più salienti del film di Muschietti, effetto, questo, favorito anche dai due trailer cinematografici, montati, sempre più frequentemente, secondo la frenesia e il ritmo ipnotico dei clip su Youtube.

Allora, due delle scene più impressionanti, quella del clown che mostra la sua faccia sputando da una nuvola colorata di palloncini, e del mostro kinghiano che attraversa le diapositive, con l’intenzione chiara del regista di sfondare la quarta parete in senso horror, sono state prosciugate del loro effetto impressionistico.

Il sorriso inquietante e quasi androgino di Bill Skargard è diventato caricaturale; il suo look perfetto, curato nei minimi dettagli in modo da far accapponare la pelle, divenuto gradevole.

Nonostante il film fosse vietato ai minori di quattordici, diversi bambini sono accorsi nella sala conoscendone ormai a memoria i meme su Facebook: citate persino agli inservienti a mo’ di barzelletta per lasciarli passare.

Poi, una soffiata, un po’ di enfatizzazione, un’indiscrezione sul fatto che lo stesso King, guardandolo, l’abbia considerato come la migliore trasposizione del suo romanzo, ed ecco che volano recensioni su quanto il film di Muschietti sia perfetto e la miniserie televisiva del 1990 di Tommy Lee Wallace no. Ecco che tutti gli youtuber e le persone che ne parlano sul web affermano, immancabilmente, di conoscere a memoria il romanzo, e dicono che è impeccabile, che è un capolavoro, che si preannuncia già un successo clamoroso.

Un successo clamoroso. È questo, senz’altro, il principale vantaggio che il mondo dei social regala ai registi di certe produzioni.

Il film ha letteralmente sbancato al botteghino, avendo incassato 700.381.748 dollari in America, e 327.900.000 nel resto del mondo.

Il cinema al tempo dei social network

La visibilità garantita dai social, capace di imprimere, in forma di meme, le immagini di un film nella nostra mente come il ritornello di una canzone pop, è certo sfruttata, dagli stessi registi e attori, in una prospettiva di mercato; senonché si rivela, a volte, un’arma a doppio taglio, che ne smonta la capacità espressiva e l’impatto artistico che potrebbe avere nelle sale.

Quando il film prende il suo commiato dai cinema, di solito finiscono i meme, e nessuno, di quelli che ne pubblicavano ossessivamente le immagini, ne pubblica più uno. In quel momento, iniziano le recensioni serie, quelle più professionali, di chi ha saputo attendere dati concreti. 

Il successo è solo apparente: i meme di Facebook seguono i circuiti vertiginosi del mercato cinematografico, dove non si fa in tempo a gridare al capolavoro che subito ne esce un altro, e si dimentica di quanto di è appena visto o recensito.

Nel lontano 1936, il critico d’arte Walter Benjamin, nel suo saggio L‘opera d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica, riconosceva nel cinema una vera e propria rivoluzione culturale, in grado di cambiare il nostro modo di percepire l’immagine.

Nell’era dei social, questo cambiamento è ancora più evidente.

Oggi è richiesto un approccio diverso ai prodotti artistici, e chiunque voglia avvicinarsi in modo critico e obiettivo a questo mondo deve sviluppare una capacità di discernimento tra ciò che è social e approssimativo e ciò che è artistico ed espressivo.

Quanto al film It, aspettiamo il secondo capitolo, e vediamo se, poco prima che il prodotto esca nelle sale, ci sarà, puntualmente, la stessa epopea di meme sui social

3 Commenti
  1. Simona 4 mesi ago
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    Complimenti per questo articolo! Veramente ben scritto! 😉

  2. Simona 4 mesi ago
    Reply

    Complimenti per questo articolo! Stupendo! 😊

  3. Gessica 4 mesi ago
    Reply

    Complimenti per questo articolo, devo ammettere che è vero, infatti prima ancora che escano i film, la bacheca di fb è intasata di Meme che fanno perdere “credibilità” al film. Un vero peccato.

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