Unsane: recensione del nuovo film horror con Claire Foy

Unsane film 2018

Presentato fuori concorso nel corso della 68ª Berlinale, approda nelle sale italiane il 5 luglio Unsane, thriller psicologico girato dallo sperimentatore di Hollywood, Steven Soderbergh.

Steven Soderbergh alla regia di Unsane, al cinema dal 5 luglio

“Pensa al tuo telefono come se fosse un tuo nemico”. In una scena, collocata a circa metà film, un detective dalle pacate sembianze di Matt Damon, avverte la protagonista Sawyer (Claire Foy), vittima di stalking, delle possibili conseguenze derivanti dall’uso dello smartphone e dei profili social ad esso collegati. È solo un breve cameo ma, messo nelle mani di uno degli attori feticcio di Soderbergh, diventa una scena cardine, non solo perché da quell’incontro Sawyer viene spinta a cambiare vita, lavoro, casa e amici, e a trasferirsi da Boston alla Pennsylvania, ma soprattutto perché è in questa scena che si rende esplicitamente manifesto il discorso su cui ruota l’economia espressiva del film.

Quell’ambivalenza dettata dall’uso spropositato dei dispositivi mobili, che Sawyer stessa adotta nella vita di tutti i giorni – dalle chiamate in Facetime con sua madre agli incontri occasionali gestiti attraverso un app – si trasla in Unsane dal piano del contenuto a quello della tecnica, nell’uso di quelle stesse immagini catturate dallo smartphone per raccontarne la storia. Un Iphone 7 Plus per l’esattezza, utilizzato da Soderbergh per girare attraverso l’app FiLMiC Proper, in poco più di una settimana e con solo 1,5 milioni di dollari in tasca.

Sperimentazione e storia, da sempre le parole chiave di un regista poliedrico come Steven Soderbergh, si uniscono questa volta alla causa comune di una vicenda che spinge nei territori della follia, altra componente che insieme alla corruzione del sistema, torna a più riprese nella filmografia del regista. Si pensi al noir psicotico Effetti collaterali, o alla vicenda individuale che diventa veicolo di denuncia sociale dell’attivista Erin Brocovich, o ancora alle atrocità del sistema ospedaliero descritte nella serie The Knick. Tutto questo ricompare in Unsane con una forza esplosiva ulteriore, dettata dalla capacità di coniugare un impatto visivo nuovo, quello di immagini in 4K la cui scelta di colori – il proteiforme beige e il freddo e razionale blu su tutti – si coniuga a un uso piatto ma altamente espressivo della luce che diventano la condizione stessa di una storia claustrofobica dove nulla è come appare e viceversa.

Nitida, straniante, a tratti sovraesposta, composta nella forma, allucinata nel contenuto, la resa visiva di ogni frame si unisce a una scelta di cast impeccabile. Grazie soprattutto alla verve da “queen” di Claire Foy (The Crown), a quel suo fare tra il tenero e lo spocchioso, che determina un’ulteriore ambivalenza in una donna vittima (o forse no?) di stalking, che diviene doppiamente vittima (o forse no?) di un sistema sanitario che specula sulla salute mentale per accalappiarsi i soldi dell’assicurazione. Enigma che è racchiuso non solo in Sawyer ma anche negli altri personaggi che appaiono in scena, su tutti Joshua Leonard, lo stalker (o forse no?) David Strine.

Isolati in piani stranianti, tallonati da prospettive ravvicinate a fissarsi, a fissare lo spettatore a più riprese, finendo col gettarlo in una condizione di angosciosa incertezza e tensione crescente fino alla fine.

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