Venezia74: ‘Foxtrot’ di Samuel Maoz è una scheggia impazzita

Foxtrot - Samuel Maoz a Venezia 2017

Prosegue la 74esima edizione del Festival di Venezia: oggi parliamo di “Foxtrot”, film presentato al lido dal regista Samuel Maoz. Ecco la nostra recensione.

Foxtrot, Samuel Maoz spacca la critica a Venezia74

La porta si apre. La voce di un uomo in divisa rompe il silenzio: “signora Feldmann, signor Feldmann, vostro figlio è morto.” La donna cade a terra per lo shock. Primissimo piano sull’occhio del marito al quale vengono impartiti gli ordini in vista del funerale militare. Una macchina che corre su una strada deserta chissà verso dove.

Così si apre Foxtrot, terzo lungometraggio di Samuel Maoz, ex soldato dell’esercito israeliano e regista classe 1962, già vincitore del Leone d’oro nel 2009 con Lebanon.

Diviso chirurgicamente in tre atti, Foxtrot affronta l’elaborazione del lutto, assumendo, di atto in atto, una nuova forma. Quello che inizialmente può sembrare il più classico dei film sulle brutture della guerra e sul conflitto arabo-israeliano, infatti, prende improvvisamente tutt’altra strada, dribblando i canoni classici e lanciandosi in paradossi visivi, sketch surreali, azzardi felliniani che si prestano facilmente a critiche efferate.

Ciò che può certamente infastidire (o convincere) del terzo lavoro di Samuel Maoz è il tentativo, mai celato, di voler stupire a ogni costo, curando con minuziosità patologica la forma in tutti i suoi aspetti.

“La dichiarazione d’amore di un regista verso il proprio cinema”

Ogni inquadratura ha l’aria di essere l’ultima della storia del mondo, ogni movimento di macchina – davvero notevole il lavoro alla fotografia del semisconosciuto Giora Bejach – sembra voler scuotere, ogni simmetria sembra voler rivendicare la propria perfezione, in un misto di carrellate asettiche che ricordano vagamente il cinema di Wes Anderson, complicatissime coreografie fluttuanti, capriole che avranno fatto perdere il sonno all’operatore di macchina, e ancora, e ancora, e ancora.

Foxtrot è, tutto sommato, un grande gioco serio, una fragorosa pernacchia cialtronamente in posa, un contenitore da cui si può prendere ciò che si vuole e condannare ciò che si odia – vedasi l’utilizzo dell’Adagietto della Sinfonia nr. 5 di Mahler o dell’ormai violentata “Spiegel im Spiegel” di Arvo Part –  dal soldato che mostra i passi della famigerata danza “che torna sempre al punto di partenza” da cui nasce il titolo del film, al fumetto pornografico con tanto di peni in vista disegnato da uno dei protagonisti, fino alla comparsata di un cammello errante che sarà decisivo per le vicende mostrate.

Metafore e simboli rifiutati da alcuni e amati da altri, che fanno di Foxtrot un film estremo, una scheggia impazzita che vuole essere cult, o più semplicemente la dichiarazione d’amore di un regista verso il (proprio) cinema e verso chi saprà guardare senza prendersi troppo sul serio. In fondo è solo un film.

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